Spoleto: sulla mobilitazione per Alfredo Cospito e in memoria di Sara Ardizzone. Dichiarazioni a processo

chi non lotta

Riceviamo e diffondiamo:

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Dichiarazioni sul movimento di solidarietà internazionale del 2022-’23 e in memoria di Sara Ardizzone durante un processo in corso a Spoleto

Lunedì 19 ottobre 2026 si è tenuta a Spoleto, dopo diversi rinvii, un’udienza del processo sui fatti del 1º novembre 2022 avvenuti all’interno della mobilitazione in solidarietà con Alfredo Cospito, all’epoca in sciopero della fame a oltranza contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo. Il processo appare decisamente marginale in merito ai capi di imputazione, la sua importanza risiede però nel fatto che, da un lato, è stata un’occasione per continuare a tenere alta l’attenzione sulla condizione detentiva del nostro compagno in 41 bis e, dall’altro, perché fra gli imputati figura Sara Ardizzone, morta insieme al compagno anarchico Alessandro Mercogliano il 19 marzo a Roma nell’atto di compiere un’azione rivoluzionaria.

La postura di imputati e solidali nel corso delle udienze ha tentato di essere all’altezza di queste esigenze, pur nel contesto obbiettivamente modesto nel quale si è svolto il processo. Questa si è espressa anche attraverso lo strumento delle dichiarazioni spontanee. È stata depositata una dichiarazione originariamente scritta per l’udienza del 9 marzo, successivamente rinviata. Una dichiarazione che, sebbene presenti alcuni elementi di inattualità (non era ancora avvenuto il rinnovo del 41 bis per Alfredo, non c’era stata ancora l’udienza di Bologna nella quale Alfredo è stato interrogato e nel frattempo sono terminati i domiciliari per Lello Valitutti), assume per noi un enorme valore alla luce del fatto che fu redatta anche dalla stessa Sara. Questa dichiarazione è stata sottoscritta, oltre che da Sara Ardizzone, anche da altri 14 imputati.

È stata inoltre data lettura, finché si è potuto, a una dichiarazione i cui contenuti vertevano, oltre che nelle ragioni della lotta in solidarietà con Alfredo Cospito e contro il regime di annientamento del 41 bis, nella difesa della memoria e dell’integrità di Sara e Sandro, anche con tratti di tipo biografico e territoriale per quanto riguarda Sara. Un territorio, quello spoletino, nel quale Sara ha vissuto la gran parte della sua vita adulta e dove ha lasciato un ricordo indelebile. Dopo varie proteste del PM, in un primo momento respinte, la giudice ha infine deciso di interromperne la lettura mentre veniva sostenuto che l’azione in preparazione il 19 marzo è una pratica storica dell’anarchismo, una pratica di giustizia, e che i due compagni sono nostri compagni. Il compagno che stava leggendo la dichiarazione, non avendo ottemperato all’ingiunzione di interrompersi, è stato espulso e scortato fuori dall’aula. La dichiarazione è stata infine depositata dagli avvocati ed è sottoscritta da otto imputati.

Naturalmente tutti coloro che hanno sottoscritto quest’ultima dichiarazione hanno sottoscritto anche la prima, volendo semplicemente proporre, inoltre, uno specifico ricordo e difesa della memoria di Sara in città.

L’udienza si è conclusa con la dichiarazione di non luogo a procedere per tutti gli imputati eccetto uno, per cui il processo proseguirà a gennaio. Nei confronti di Sara è stato deliberato il non luogo a procedere per morte del reo. Seguono le dichiarazioni delle compagne e dei compagni sotto processo a Spoleto.

Alcuni imputati e imputate

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Dichiarazione al processo sulla manifestazione del 1º novembre 2022 a Spoleto

Udienza dibattimentale del 9 marzo 2026

Oggi in questo tribunale si sta celebrando un’udienza del processo che ci vede imputati e imputate per i fatti avvenuti il 1º novembre 2022 a Spoleto, quando una manifestazione spontanea ha percorso le vie di una parte del centro storico della città. Considerando che l’iniziativa in questione aveva un contesto e delle motivazioni ben precise, è per noi ineludibile menzionare queste ultime e le contraddizioni che una lotta specifica è riuscita ad aprire in ogni ambito istituzionale e repressivo.

Ci troviamo quindi in quest’aula per riaffermare, come anarchici e comunisti, la nostra solidarietà con il compagno anarchico Alfredo Cospito, all’epoca in sciopero della fame dal 20 ottobre precedente, e ribadire le ragioni della mobilitazione del 2022-’23 contro il regime detentivo previsto dall’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario e contro l’ergastolo ostativo.

Il 41 bis è il più afflittivo e vessatorio regime detentivo esistente in Italia. Nelle sue principali caratteristiche affonda le proprie origini nelle carceri speciali allestite nella seconda metà degli anni Settanta (tra l’altro su modello di quelle tedesche) per fronteggiare il movimento rivoluzionario dell’epoca. Dopo una prima disposizione nel 1986 con la “legge Gozzini”, è stato consolidato nel 1992 nell’ambito della cosiddetta lotta contro la mafia. Nel 2002 il 41 bis cessava di avere un carattere temporaneo, diventando un istituto carcerario stabile e venendo potenzialmente esteso anche ai condannati per “associazione sovversiva con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico”. Infine nel 2009 sono stati ridefiniti i limiti temporali del provvedimento: quattro anni per la prima applicazione, due anni per le successive proroghe. È invece cronaca recente la riorganizzazione e ancora maggiore “militarizzazione” del regime detentivo, con la prossima probabile concentrazione in tre carceri in Sardegna di una ancora più consistente fetta dei detenuti in 41 bis.

Questo regime detentivo si basa su un isolamento e una censura incessanti, poste in essere dal reparto GOM della polizia penitenziaria. Ogni istanza di revoca viene gestita dal Tribunale di sorveglianza di Roma, vero e proprio tribunale speciale per quanto riguarda i detenuti in 41 bis. Le modalità di deprivazione sensoriale che lo caratterizzano derivano direttamente da tecniche di tortura impiegate in primo luogo dalla CIA e sono mirate espressamente alla distruzione psico-fisica volta a ottenere una collaborazione con le autorità al fine di estorcere informazioni al detenuto o, laddove ciò non fosse possibile, al suo mero annientamento. Con il pretesto della lotta contro la mafia, il 41 bis è stato impiegato in chiave marcatamente antiproletaria contro le masse subalternizzate del Meridione e della Sardegna (isola dove peraltro la mafia non ha alcuna origine storica o sociale).

Dal 2006 quattro militanti comunisti delle BR-PCC sono stati trasferiti in 41 bis e una tra questi, Diana Blefari, si è suicidata nel 2009, qualche tempo dopo essere stata posta al di fuori di questo regime detentivo. Il 5 maggio 2022 veniva imposto il 41 bis nei confronti di Alfredo Cospito, recluso nel circuito AS2 da quasi 10 anni. Pochi giorni dopo Alfredo veniva trasferito nel carcere-lager di Bancali, in Sardegna. Un provvedimento disposto con la finalità dichiarata di ammutolirlo e interrompere la circolazione dei suoi testi, con particolare riferimento alla pubblicazione del giornale anarchico “Vetriolo”. Un trasferimento che in termini più ampi veniva imposto anche per dare un ulteriore monito alle componenti più avanzate e conflittuali nell’ambito della lotta rivoluzionaria e di classe, ponendosi in linea con le manovre repressive degli ultimi governi, a tutti gli effetti espressione di politiche di guerra interna.

Ricordiamo quindi che alcuni imputati dell’odierno processo sono stati inquisiti e anche sottoposti a misure cautelari assieme ad Alfredo Cospito in un esteso procedimento penale che, dopo aver “ereditato” su indicazione della DNAA gli atti di precedenti indagini avviate per monitorare l’attività della redazione di “Vetriolo”, è stato impiegato in funzione di sostegno al trasferimento di Alfredo in regime di 41 bis. Tramite l’operazione “Sibilla” la nuova inquisizione di Stato ha portato avanti un’inchiesta che è stata un’apripista per successive operazioni e ha inteso farneticare della “capacità istigatoria e orientativa” (con la sempreverde finalità di terrorismo, beninteso) di un gruppo di anarchici. Una capacità che null’altro era se non un fantasma idealista che procuratori e maggiordomi della repressione sono riusciti a far camminare unicamente nelle proprie teste, dato che gli anarchici sono da sempre fautori di un’ostinata autonomia di pensiero e azione.

Il 15 gennaio 2025 il GUP di Perugia ha emesso una sentenza di non luogo a procedere nei confronti di tutti i 12 imputati, incluso Alfredo, in relazione a ogni capo d’imputazione. “Anche se da remoto, anche se per il breve tempo di un battito d’ali, oggi posso strapparmi il bavaglio, la mordacchia medievale di un 41 bis che un governo di centrosinistra anni fa mi ha applicato per mettere a tacere una voce scomoda, per quanto minoritaria e ininfluente, ma certo nemica di questa vostra democrazia”. Le parole della dichiarazione di Alfredo in quella circostanza, peraltro l’ultima in cui ha potuto esprimersi, sono un impeto di dignità e coerenza che continua a risuonare fortemente a distanza di oltre un anno.

Ecco perché durante tutta la mobilitazione degli anni 2022-’23 abbiamo inteso porre l’accento sulla rilevanza di quella vicenda repressiva che, a prescindere dalla sentenza dello scorso anno, non considereremo conclusa fino a quando Alfredo Cospito sarà recluso nel regime di tortura del 41 bis. Così come, soprattutto, non possiamo considerare concluso il processo “Scripta Manent” dato che, se l’operazione contro “Vetriolo” è stata impiegata in funzione di sostegno al trasferimento in 41 bis, il maxi-processo torinese è stato essenziale in questo senso grazie alla condanna definitiva pronunciata contro una compagna e due compagni – tra cui Alfredo –, in relazione, tra i vari reati, all’imputazione di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico”.

L’ergastolo ostativo, misura potenzialmente prevista all’esito di quel processo il 6 luglio 2022 in Corte di Cassazione, era la seconda questione per cui Alfredo Cospito avviava lo sciopero della fame e su cui si sono articolati anche i primissimi momenti di mobilitazione nel 2022. È stato fin da subito evidente come una condanna all’ergastolo ostativo assieme all’imposizione del 41 bis rappresentasse un tentativo di annientamento. La Cassazione rinviava alla Corte d’Assise d’Appello di Torino che a sua volta investiva la Corte Costituzionale per la definizione dell’entità della pena in relazione all’imputazione di “strage allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato” (il reato di cosiddetta strage politica), che nel caso di Alfredo prevedeva appunto l’ergastolo come pena edittale. Una specifica azione rivoluzionaria, una strage senza strage attribuita senza prove, è stata alla base di questa condanna, nel paese in cui dagli anni Sessanta le stragi, quelle vere, le hanno perpetrate esclusivamente gli apparati statali e della NATO, coadiuvati dalla manovalanza neofascista. Considerando che c’è chi vorrebbe imporre la dietrologia come forma mentis, rinfrescare la memoria non fa certo male.

Non solo il movimento di solidarietà internazionale è stato in grado di impedire quella condanna all’ergastolo, ma è stato anche capace di gettare luce su un regime di tortura e sull’apparato antimafia, prima di allora intoccabili, mettendo inoltre un bastone tra le ruote nella macchina della repressione statale che riguarda tutti gli oppressi, nessuno escluso.

La manifestazione del 1º novembre 2022 a Spoleto, per cui siamo oggi sotto accusa in relazione a reati risibili in confronto a quelli impiegati nelle operazioni anti-anarchiche (e non solo) che hanno costellato gli ultimi decenni, è stata una tra le tante analoghe manifestazioni di quel periodo. Siamo qui oggi per ribadire anche in questa sede le enormi contraddizioni a ogni livello istituzionale e repressivo che una lotta è stata in grado di aprire e le ragioni della mobilitazione contro il 41 bis, anche in vista della scadenza dei primi quattro anni di applicazione del regime detentivo nei confronti di Alfredo. Cogliamo inoltre l’occasione anche per esprimere solidarietà con Lello Valitutti, compagno imputato in questo processo, attualmente agli arresti domiciliari per un cumulo di condanne definitive, tra cui quella più estesa all’esito di “Scripta Manent” in relazione alla pubblicazione dell’ultima edizione di “Croce Nera Anarchica” (e alla gestione dell’omonimo sito internet).

I percorsi, le iniziative, le azioni dei rivoluzionari non sono di pertinenza dello squallido universo mentale e repressivo proprio di inquisitori e tribunali, che per loro stessa essenza non possono comprendere la nostra storia, così come il valore che riponiamo nella presa d’iniziativa senza mediazioni, autonoma da partiti, sindacati e reggicoda dei padroni, quindi nell’azione diretta e rivoluzionaria contro lo Stato e il capitalismo.

Per tutti questi motivi sosteniamo e riconosciamo la radicalità della mobilitazione intrapresa nel 2022-’23, uno tra i più estesi turbamenti della pace sociale in questo paese negli ultimi decenni. Questa pace sociale è quella desiderata dai padroni e imposta dai governanti come condizione ideale affinché lo sfruttamento e l’oppressione continuino. Mentre gli Stati intensificano in tutto il mondo le proprie attività belliche – l’attuale conflitto tra USA-Israele e Iran ne è l’ultima drammatica conferma – e i produttori di morte si apprestano anche quest’anno ad accrescere i propri profitti, sul fronte interno viene forsennatamente ricercata una soluzione repressiva che possa pacificare una realtà sociale in cui, ci pare di intuire, non proprio tutti sono disposti a passare la propria esistenza in ginocchio, vedendo costantemente calpestata la propria dignità, ancorché residua. La reclusione in 41 bis di alcuni rivoluzionari è proprio una tra le massime manifestazioni dell’offensiva repressiva in corso.

Avete fatto male i vostri conti. Continueremo a turbare questo fronte interno, nella prospettiva di poter contribuire a trasformare la guerra dei padroni in guerra contro i padroni.

Tutta la nostra storia è quella di un’ineludibile lotta contro lo Stato, il capitalismo, i loro servi, le loro guerre, la loro giustizia, le loro carceri. Oggi come ieri non abbiamo niente da rinnegare o da abiurare.

[Seguono le firme di Sara Ardizzone e di altri 14 imputati e imputate]

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Per quelli con cui abbiamo mangiato pasta e fagioli.

Per Sara

Non avremmo preso la parola in un processo di questo tipo, decisamente marginale, se non fosse per due importanti ragioni. La prima – già ricordata nella precedente dichiarazione, che sottoscriviamo integralmente – è che ogni processo per i fatti occorsi durante la mobilitazione del 2022-2023 a sostegno di Alfredo Cospito, contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, è un’occasione per tornare a manifestare la nostra opposizione a questo circuito carcerario di annientamento e tortura.

È importante farlo anche a Spoleto, città in cui per anni è stata presente una sezione di 41 bis nel carcere cittadino e all’interno di un tribunale in cui si trovano gli uffici di sorveglianza competenti per quel carcere. Da molti anni il 41 bis ha gettato la maschera di dispositivo emergenziale contro il fenomeno mafioso, per diventare un circuito di lager controinsurrezionali nei quali, sempre più spesso, verranno rinchiusi gli oppositori politici. Proprio qui, a Spoleto, è stato detenuto in regime di 41 bis Roberto Morandi, militante delle BR-PCC, al quale esprimiamo la nostra piena solidarietà.

In molti tra noi odierni imputati siamo stati indagati insieme ad Alfredo Cospito nell’ambito della cosiddetta operazione Sibilla, un’operazione repressiva che prendeva di mira un percorso di approfondimento delle idee e delle pratiche rivoluzionarie degli anarchici e in particolare il giornale “Vetriolo”, e che ha rappresentato uno dei tasselli fondanti della decisione di recludere il nostro compagno in regime di 41 bis. Oggi, in quest’aula, ribadiamo con forza che la decisione di mantenere inalterata la condizione detentiva del nostro compagno, nonostante il non luogo a procedere disposto per il processo Sibilla di gennaio 2025, è la manifestazione più evidente e ignobile del vostro carcere di guerra e della vostra volontà di vendetta nei confronti di un prigioniero che intendete vedere annientato. Essa è anche un chiaro segnale, l’ennesimo, di come le sentenze dei tribunali, lungi dal rappresentare una fantomatica giustizia, non siano altro che l’espressione più genuina del diritto borghese, sempre pronto a essere piegato a seconda delle esigenze e della discrezione della classe dominante. Che il recente rinnovo del 41 bis per il nostro compagno contenga motivazioni differenti da quelle presenti nel provvedimento originario, nel frattempo venute meno (si dice, per esempio, che Cospito deve restare in 41 bis a causa delle manifestazioni di solidarietà, come quella che oggi viene giudicata, che evidentemente non ci sarebbero state se non fosse stato messo in 41 bis), dimostra i connotati kafkiani di questo dispositivo penitenziario che si autoalimenta e che, in ultima istanza, ha un fondamento giuridico del tutto pretestuoso.

L’altra ragione per cui ci preme prendere la parola è che tra gli imputati del procedimento odierno figura una nostra cara compagna di lotta e di vita, recentemente scomparsa. È quantomeno suggestivo che la prima udienza di un processo nel quale è imputata Sara Ardizzone dopo la sua morte si stia tenendo proprio a Spoleto. Sara ha vissuto la stragrande maggioranza della sua vita adulta in questo territorio. Durante l’arco temporale di una generazione, l’incontro di Sara con le lotte che ci sono state in questa città e nei dintorni ne ha cambiato indelebilmente i connotati.

Sara era qui fuori nel 2012, animando l’esperienza del comitato di fabbrica della ex Pozzi, nei mesi di occupazione degli stabilimenti e nel corteo combattivo che finì per assediare proprio questo tribunale. Sara era davanti alle ruspe a Ferentillo nel 2017, contro l’acquedotto che minacciava le acque del Nera, così come ha fatto il giro dei paesi di questo tratto di Appennino per parlare del gasdotto Snam. Sara era qui vicino, nel 2020, ad occupare la Flaminia all’altezza dello svincolo sud, quando venne chiuso l’ospedale con la scusa dell’emergenza Covid (e ancora devono riaprirlo completamente). Sara ha fondato il Circolaccio Anarchico di Spoleto, promuovendo decine di iniziative. Sara è stata numerose volte fuori dal carcere ed è stata fermata mentre appendeva gli striscioni contro la strage del marzo 2020 – una strage che rimane ancora impunita. Sara ha promosso le manifestazioni del 25 aprile e del Primo Maggio 2022, a Spoleto e a Carrara, tra le prime in Europa ad aver agitato una posizione disfattista e internazionalista riguardo alla guerra tra NATO e Russia in Ucraina. In tempi di guerra, Sara non rispondeva «signorsì» e lo si può apprezzare nella sua dichiarazione durante l’udienza preliminare del processo Sibilla, il 15 gennaio 2025, a Perugia: oggi, quelle parole ci appaiono come un testamento di fierezza, di intransigenza etica, di autonomia di pensiero.

Ovviamente, Sara era in piazza il 1º novembre 2022, per quella giornata oggi sotto processo. La mattina fuori dal carcere di Terni, il pomeriggio fuori da quello di Spoleto, la sera in corteo attraverso la città. La ricordiamo mentre gridava accalorata che gli articoli di giornale non sono dei pizzini, e che pertanto è una vergogna che un anarchico sia in 41 bis. La ricordiamo difendere un compagno dalle attenzioni della dirigente di polizia che, quella sera, tentava di instaurare uno sgradito colloquio nel tentativo di gestire la situazione: «Non ti devi permettere! Io e te non abbiamo mai mangiato pasta e fagioli assieme, e mai la mangeremo!».

Un’espressione quanto mai spoletina per una spoletina d’adozione com’era Sara. Un modo di dire che ci parla dei vari livelli di intimità. Ci sono persone con cui puoi magari andare in pizzeria, oppure, se sono ospiti a casa tua, hai il dovere di impegnarti un minimo con la cucina per onorare la loro compagnia. Poi ci sono quelli con cui non devi preoccuparti di nessuna formalità, quelli che sono davvero di casa: con loro, e solo con loro, puoi semplicemente mangiare pasta e fagioli.

Non intendiamo raccontare tutto questo per spacciare un’immagine edificante di Sara Ardizzone in contrasto col modo in cui è morta. Al contrario, pensiamo che se c’è qualcosa che ha caratterizzato la vita di Sara, è stata la sua profonda coerenza. Il senso profondo di giustizia che l’ha accompagnata per l’intera vita, dando letteralmente tutta se stessa. Quello che Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano stavano facendo la notte tra il 19 e il 20 marzo 2026 appartiene storicamente alla prassi dell’anarchismo rivoluzionario, è una pratica di giustizia e noi oggi li rivendichiamo come compagni nostri. Con loro, noi pasta e fagioli siamo orgogliosi di averla mangiata.

Dopo la loro morte, la stampa, il governo e le forze di polizia si sono scatenati nel tentativo di screditare i compagni, di far calare su di loro una coltre di isolamento morale, arrivando a perseguitare persino chi si è recato a deporre dei fiori sul luogo della loro morte. Un episodio repressivo che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni rivendicherà pubblicamente come prima applicazione della norma sul fermo preventivo di recente approvazione.

Anche da queste parti, sulla stampa locale, è stata condotta una piccola campagna parallela volta a dipingere Sara come una persona solitaria e dalla doppia vita. Non sappiamo se definirle calunnie, perché in effetti non intessere relazioni sociali non è necessariamente un disvalore. Sicuramente si tratta di complete falsità, inventate di sana pianta, come solo le cose scritte sotto dettatura sanno essere. In questi mesi, al contrario, siamo stati assediati dall’affetto di così tante persone: dalle colleghe degli ultimi quindici anni di tanti diversi lavori alle vicine di casa, da persone non politicizzate che avrebbero avuto tutto l’interesse a non dimostrare affetto e vicinanza alla terrorista Sara Ardizzone, a tenersi lontane da funerali e manifestazioni, a maggior ragione a fronte di un tale livello di intimidazione. E che invece hanno voluto esserci.

Ci appare evidente che la ragione di una menzogna tanto sfacciata quanto palesemente ispirata dall’alto risieda nella necessità, da parte dello Stato, anche nelle sue espressioni locali e folcloristiche, di tracciare una narrazione per cui necessariamente esiste un’incompatibilità insormontabile tra una vita socialmente realizzata, ad esempio quella di stimata collega sul posto di lavoro, e la scelta di costruire una bomba – a meno di non fabbricarne a migliaia ed essere degli imprenditori del settore, in quel caso si può anche essere nominati cavalieri del lavoro. Bisogna quindi dipingere il combattente con i tratti del disagio, dell’ambiguità o della tenebrosità. Al contrario, Sara è sempre stata una persona vulcanica, franca, solare, ed è morta facendo ciò che ha fatto durante tutta la sua vita: lottare contro le ingiustizie.

Vi diamo una brutta notizia. La memoria di Sara Ardizzone rimarrà ben salda in questa città e non sarà possibile estirparla. La sua vita è stata un intenso percorso di propaganda coi fatti, e quello che Sara ha seminato in questi anni continuerà a fiorire in ogni stagione.

Concludiamo citando un ultimo ricordo. Era il 18 settembre del 2020 ed eravamo fuori dalla sede dell’INPS in piazza Campello. Si protestava contro il ritardo del pagamento della cassa integrazione a cui milioni di lavoratori erano costretti dalle norme securitarie emanate con la scusa della pandemia.

Nel mentre i padroni erano tornati a fare profitti, spesso sfruttando gratuitamente proprio quei lavoratori tenuti fittiziamente in cassa integrazione. Pratiche di malaffare borghese che sicuramente non vedrete mai in queste aule di tribunale.

Sara in quell’occasione prese la parola e, nel suo intervento, espresse un concetto estremamente chiaro: non siamo tutti sulla stessa barca. Il richiamo all’unità nazionale di fronte all’emergenza è una truffa: gli interessi degli sfruttatori saranno sempre incompatibili con quelli degli sfruttati. Se questo era vero allora, lo è ancora di più oggi. Mentre i vari teatri di guerra precipitano velocemente verso una deflagrazione bellica mondiale, gli interessi degli sfruttati sono incompatibili con quelli dei capitalisti, dei politici, dei giudici, dei poliziotti, degli ufficiali. Ecco perché, di fronte alla guerra, gli anarchici, i rivoluzionari, vengono considerati e trattati da nemico interno, con tanto di leggi e carceri speciali. Perché noi non combatteremo mai al vostro fianco, ma vi combatteremo.

Sabotiamo la guerra supportando i prigionieri della guerra sociale!

Il 41 bis è un carcere di guerra. Vogliamo Alfredo Cospito fuori dal 41 bis!

Sara e Sandro, non vi dimenticheremo mai.

[Seguono le firme di 8 imputati e imputate]