Dal fronte umano, numero 5. Data center: la digitalizzazione o la vita

proteste contro data center

Diffondiamo dal Collettivo terra e libertà:

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DAL FRONTE UMANO n. 5

Data center. La digitalizzazione o la vita

Le comunità contro i colossi

Come espressione fisica della mole di dati da cui siamo invisibilmente sommersi, e della dittatura del digitale, i già famigerati data center rappresentano bene la vigliaccheria di un mondo disposto a sacrificare acqua, energia e terreni agricoli in cambio della possibilità di “esprimere” un like o di “fare ricerca” tramite l’intelligenza artificiale. Nel 2025 i data center hanno consumato globalmente circa 448 Terawattora di elettricità, l’equivalente di oltre 30 città come Roma. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, il loro consumo mondiale potrebbe raddoppiare entro il 2030. In tutto il mondo (particolarmente negli Stati Uniti, dove ne sono già attivi 3000 e altri 1500 sono in progetto), queste cattedrali di silicio si stanno diffondendo a ritmo forsennato. Non manca ovviamente la nostra penisola, in cui il governo ha varato il «Procedimento unico per il rilascio delle autorizzazioni ai progetti di centri dati» (PUCD), che riduce i tempi destinati alla valutazione degli impatti ambientali. Le indicazioni operative pubblicate dal Ministero dell’Ambiente prevedono infatti che il procedimento unico di autorizzazione si concluda entro dieci mesi, presentando un’unica istanza e snellendo la burocrazia.

I data center in Italia sono almeno 250, di cui 190 operativi, 20 in costruzione, più di 30 pianificati, per un consumo totale di 513 Megawatt di energia, come l’intera città di Firenze. Un singolo impianto da 30 Megawatt consuma la stessa quantità d’acqua di una piccola città. Le case dell’intelligenza artificiale hanno tanta sete, ed entro la fine del decennio la loro impronta idrica globale potrebbe toccare i 9.300 miliardi di litri l’anno. In Italia si concentrano perlopiù in Lombardia, dove è maggiore la richiesta di stoccaggio dati, ma spuntano ovunque vi sia la possibilità di acquistare terreni a basso prezzo.

Per via di questa imposizione dall’alto, anche in Italia si stanno organizzando delle lotte, mentre negli Stati Uniti sono almeno 75 i data center bloccati dalle mobilitazioni. A muoversi sono soprattutto le comunità locali delle zone più periferiche, quelle maggiormente prese di mira da questi progetti. Solo negli ultimi mesi sono iniziati i lavori per un data center realizzato dall’azienda Retelit a Corsico (Milano), è emerso un progetto per dieci data center nella zona di Rho, un altro per un’enorme struttura a Travagliato (Brescia), mentre a Magenta (ancora nel milanese) è prevista la realizzazione di uno dei centri più imponenti d’Europa.

A Travagliato si sono tenute svariate manifestazioni della popolazione locale, che hanno portato la Provincia a negare il nulla osta al progetto. Si tratta di un data center da 120 Megawatt, che occupa un’area di 130mila metri quadrati. Già in fase preliminare è montata la protesta dei cittadini, che contestano i danni ambientali: sottrazione d’acqua al territorio, emissione di calore, inquinamento acustico e cementificazione. Il comitato locale ha denunciato violazioni della direttiva europea «Seveso» sui rischi industriali, per via dell’enorme stoccaggio di gasolio per i generatori d’emergenza. Anche a Lacchiarella si sono susseguite svariate manifestazioni per bloccare la realizzazione del più ingombrante data center in Italia, che consumerà come 500mila famiglie. L’opera, finanziata dal fondo statunitense Pimco con tre miliardi di euro, andrebbe a occupare una superficie pari a 30 campi da calcio. La mobilitazione punta a trasformarsi in un movimento regionale, opponendosi alla forte concentrazione di queste strutture nella Pianura Padana, e a un disegno di legge nazionale che minaccia di sottrarre ogni controllo ai Comuni.

Intanto è in fase di progettazione Italicum, il mega campus di data center che dovrebbe nascere in Puglia, tra Bari e Brindisi. La «Puglia Data Center Valley» potrebbe essere un progetto in tutto simile ai colossus americani, ovvero data center dalle dimensioni e dai consumi energetici sconvolgenti (tra 1 e 2 Gigawatt, ma se ne progettano già alcuni che potrebbero arrivare fino a 9). Proprio come i suoi omologhi di X, Google e Anthropic negli USA, il modello che la cordata Adriatic DC vorrebbe portare in Puglia è pensato per l’intelligenza artificiale generativa, che per funzionare ha bisogno di strutture paragonabili a fabbriche. Richiede una potenza di calcolo e un consumo di energia per metro quadrato molto più elevati, così da permettere ai server non solo di conservare i dati, ma di elaborarli istantaneamente per creare nuovi “contenuti” (testi, immagini, video). Nel progetto si parla di un’estensione pari a 800 campi da calcio. A fare la differenza, per cui è stata scelta la Puglia, è la connettività sottomarina. Bari infatti è diventata un porto digitale continentale dove approdano 15 cavi in fibra ottica per il collegamento dati con il resto del globo.

I data center o la libertà

Per anni e anni i promotori delle tecnologie digitali hanno venduto e imposto i loro dispositivi come «immateriali» (si pensi al termine cloud, «nuvola»). Finché l’impatto ecologico e sociale della costruzione e del funzionamento dell’apparato digitale pesava soprattutto su terre e popolazioni lontane, l’inganno (o l’autoillusione) poteva reggere. Lo sviluppo vertiginoso dell’IA e l’aumento smisurato di oggetti connessi rendono necessari sempre più data center e sempre più risorse per alimentarli. Ecco allora che il rimosso della materialità del digitale, dagli Stati Uniti alla Lombardia, comincia a presentare i suoi conti. Quello che finora è emerso pubblicamente (il consumo abnorme di energia e di acqua, nonché l’aumento delle temperature nelle zone circostanti) è solo un pezzo della Macchina. Il “mattoncino” che regge l’intero edificio è il microchip o semiconduttore. Per estrarre, raffinare, lavorare e assemblare le materie prime e i componenti contenuti in un microchip bisogna fare due volte e mezzo il giro del mondo, lasciando devastazione e schiavitù lungo il percorso (vedi Il Rovescio, Anatomia di un microchip). Ogni ulteriore sviluppo dell’IA aumenta la complessità dei semiconduttori e moltiplica il numero di data center, lasciando senz’acqua gli umani, i campi e gli altri esseri viventi per annaffiare dei macchinari.

Mentre i nostri territori vengono stravolti da queste infrastrutture, la potenza materiale che esse permettono è già diventata la principale arma della guerra mondiale in divenire. Quello del popolo palestinese è il primo genocidio algoritmico della storia. Ma c’è un pezzo ancora più fondamentale da smontare nella «macchina delle promesse tecnologiche». I «dati» raccolti nei data center non sono qualcosa di grezzo o comunque disponibile in natura (come l’acqua, o il gas, o il petrolio). Affinché determinate facoltà biologiche, umane e sociali diventino «dati» da archiviare, analizzare, comprare e vendere, queste devono essere catturate. Il termine corretto – come è già stato sottolineato da qualcuno – non è quindi Big Data, bensì Big Capta. Solo la disseminazione di telecamere, sensori, dispositivi elettronici, codici a barre, schede magnetiche, microfoni ecc. cattura ciò che poi i data center “processano” ventiquattr’ore su ventiquattro. La proliferazione dei data center, a sua volta, aumenta ulteriormente la capacità di catturare sempre più àmbiti della vita e della Terra, con il conseguente aumento delle risorse naturali inghiottite dal vampiro digitale, per la cui alimentazione si sta rilanciando anche il nucleare. Il risultato è tutt’altro che imprevedibile: l’incarcerazione tecnologica della società, il progetto totalitario di trasformare tutto in numeri, codici e flussi di informazione – il che significa: guerra per accaparrarsi le materie prime necessarie e per primeggiare sui concorrenti. Le tecnologie possono davvero diventare dirompenti (disruptive, come dicono i tecnocrati) nella misura in cui hanno già colonizzato lo spazio sociale (e reso sempre più inabitabile quello naturale). Poco importa – come tenta di rassicurare qualcuno – che quella dell’IA sia un’enorme bolla finanziaria destinata a scoppiare. Se così fosse, una gigantesca crisi economica verrebbe ad aggiungersi alla devastazione ecologica e sociale (quando non bellica) già abbattutasi materialmente sui territori.

Per questo è fondamentale non farsi fuorviare dai fini dichiarati e analizzare concretamente la concatenazione dei mezzi messi in campo. Solo chi non ha princìpi non si pone limiti. L’IA non può essere «governata», «controllata democraticamente» o «indirizzata verso obiettivi sociali e non militari», perché la potenza che sprigiona accresce continuamente se stessa, divorando lo stesso mondo che pretende di dominare. A meno che non incontri un limite esterno: la ribellione di chi preferisce la libertà alla potenza.

Ecco perché l’opposizione ai data center non è una «lotta territoriale» al fianco di tante altre. La posta in gioco è universale: la Terra o la Macchina. Locali sono soltanto i punti di applicazione di una rivolta etica, sociale ed ecologica contro i distruttori del mondo e dell’umano.

Paradossi insostenibili

Se la sostenibilità è uno dei più grandi paradossi della narrazione tecnologica contemporanea, il mito del «data center sostenibile» è uno dei suoi capitoli più farseschi. Ne abbiamo un esempio proprio sul nostro territorio, il Trentino. In Val di Non, nella miniera di dolomia di Tassullo, è ormai attivo un data center chiamato Intacture, che viene dipinto come emblema dell’innovazione green. La sua collocazione nella roccia gli assicura già un certo vantaggio a livello di temperatura. Supera del 30% la normale efficienza di altri centri poiché dotato di circuito chiuso di raffreddamento, cosa che permette di riutilizzarne l’acqua, mentre l’energia necessaria proviene da fonti idroelettriche sul territorio. Nell’infrastruttura si trova una piattaforma di supercalcolo progettata per l’AI di precisione, destinata ad applicazioni avanzate nella ricerca scientifica, nella sanità digitale, nell’industria, nella cybersecurity e nella logistica. Infine, Intacture dovrebbe essere integrato da un «polo dell’innovazione» nei settori di ricerca dell’intelligenza artificiale, della cyber-sicurezza e delle «scienze della vita» (leggi: cibernetica di guerra e ingegneria genetica).

Se la “sostenibilità” locale del progetto ci pone già dei grossi dubbi (che dovremo purtroppo verificare a giochi fatti), questo non cancellerebbe affatto il suo contributo alla devastazione globale. Il problema non è soltanto quanto consuma un singolo data center, ma che ne vengono costruiti sempre di più. Un data center può diventare più efficiente, ma la sua stessa esistenza permette la crescita della potenza di calcolo di tutta l’infrastruttura mondiale. Questa a sua volta permette di elaborare più dati, i quali a loro volta richiederanno la costruzione di nuovi data center… E così via, col risultato che il consumo mondiale complessivo non fa che crescere. Il concetto di “sostenibilità” si rivela così per la menzogna che è: il consumo di una risorsa viene reso più efficiente per poterne consumare sempre di più. Questo è il vero paradosso. L’energia rinnovabile non rende automaticamente sostenibile un sistema che continua ad avere bisogno di quantità crescenti di energia. Un sistema di raffreddamento più efficiente non rende illimitata l’acqua. Un server che consuma meno elettricità non smette di richiedere le risorse necessarie per produrla. Anziché essere una soluzione al problema, la tecnologia detta «green» diventa un modo per rendere accettabile la continua espansione della metastasi tecnologica, compresi i suoi scarti (secondo l’ONU, dal 2010 al 2022 i rifiuti elettronici globali sono aumentati dell’82%). Nel migliore dei casi, quello che ci hanno ammaestrati a chiamare «sviluppo sostenibile» rende solo più accettabili gli effetti che ci sono più vicini. La sua logica di fondo è ridurre i consumi per unità di prodotto senza intaccare minimamente la crescita infinita della produzione, ma al contrario sgombrandole il cammino.

Mentre nelle proteste di mezzo mondo si grida «acqua per le persone, non per l’IA», tutta la retorica green sulla digitalizzazione è una barzelletta che non fa ridere. Le montagne forniscono circa il 60% dell’acqua dolce mondiale, e circa due miliardi di persone dipendono da esse. Mentre si sciolgono i ghiacciai e sempre più persone abbandonano i propri territori per la scarsità di terreni coltivabili, di acqua da bere e per innaffiare, un recente studio congiunto di varie università (Cambridge e altre) ha dimostrato che la presenza di un data center accrescerebbe mediamente la temperatura circostante di 2 gradi, con picchi fino a 9. Data l’interconnesione dei sistemi ecoclimatici planetari, questa termo-sciagura è destinata a non rimanere affatto localizzata, andando ad aggravare una situazione che sta già producendo milioni di rifugiati climatici. Anche per questo, se difendere il proprio territorio rimane sacrosanto, la digitalizzazione e le sue cattedrali non vanno pensate come mere questioni “locali”, ma come terreni di lotta per un mondo libero e ancora vivibile.

Per farla finita con la potenza

Se il quadro sopra descritto appare già fosco, potremmo essere solo all’inizio. Secondo una stima di Morgan Stanley, dall’inizio dell’anno a questa estate gli investimenti delle Big Tech in data center sono già più che raddoppiati, passando da 1500 a 3100 miliardi di dollari, e secondo l’istituto McKinsey dovrebbero arrivare a 6700 miliardi entro il 2030. Un giro d’affari dalla crescita esponenziale, per motivi intuibili. Proprio come la Bomba atomica nel secolo scorso, la corsa all’intelligenza artificiale ha un carattere che la stessa Casa Bianca non esita a definire «esistenziale», tanto a livello militare quanto commerciale. Mentre tutte le potenze cercano di dotarsi di sistemi d’arma più efficienti e letali, gli Stati Uniti hanno pure l’ambizione di non perdere il monopolio mondiale nel campo dell’informatica, imponendo i propri sistemi di intelligenza artificiale al resto del mondo. Sistemi che a loro volta dipendono da due caratteristiche: l’efficienza dei modelli di IA e la potenza di calcolo. Mentre, per la prima, il complesso industriale cinese ha appena dato prova delle sue capacità con Deepseek, la potenza di calcolo dipende direttamente dal numero dei computer, dei cloud, dei data center connessi. Un mercato di silicio talmente promettente che le stesse aziende informatiche non hanno capitale sufficiente per investirvi. Per rimediare a questa mancanza, si ricorre alla più canonica delle soluzioni neoliberali: la catena dei debiti e dei dividendi, e la loro diffusione nei mercati finanziari attraverso le cartolarizzazioni. Se ne sta occupando in particolare Nvidia (la prima produttrice al mondo di chip), che lo scorso 10 agosto ha chiamato a raccolta cinque colossi della finanza (tra i quali gli immancabili BlackRock e Goldman Sachs) per costituire una «società veicolo». Si tratta di un meccanismo tipico del capitalismo degli ultimi trent’anni: una società creata ad hoc al mero scopo di indebitarsi, senza che i debiti compaiano nei bilanci ufficiali di chi la crea. Nel piano di Nvidia & soci, che vede già un primo investimento di 500 miliardi, la società-veicolo si fa prestare soldi per fabbricare chip e data center, quindi li affitta alle aziende e trasforma il flusso di affitti previsti in pacchetti azionari, tanto più remunerativi quanto più rischiosi per chi li acquista. Si tratta, in sostanza, della stessa dinamica che ha portato alla crisi del 2007-2008, ma con un giro di capitali (i 6700 miliardi stimati da McKinsey) di almeno 6 o 7 volte superiore a quelli dei noti mutui Subprime. Questa scommessa sulla potenza futura è che la costruzione dei data center proceda inalterata, senza considerare ciò che potrebbe interromperla: si tratti dell’arrivo di modelli di IA più «performanti», che richiedono meno infrastrutture, o dell’interruzione delle catene di fornitura, magari provocata… da una guerra. In un caso o nell’altro, le conseguenze saranno devastanti. Se il piano riesce, il risultato sarà una guerra al pianeta e al vivente semplicemente incrementale, come non l’abbiamo mai vista. Se non riesce, ci saranno scaricati addosso, per l’ennesima volta, i costi della guerra persa.

Mentre l’inseguimento della potenza si avvita a un punto tale da poter metter in discussione sia la possibilità della vita che la stessa riproduzione della società capitalistica, ci auguriamo che tutto non vada affatto per il meglio, e che i padroni del mondo trovino presto la propria Caporetto. Agli amici della vita il compito di infliggergliela.


Tutto questo deve finire

«WYND KAUFMYN: Salve. Mi chiamo Wynd Kaufmyn e parlo dal carcere della contea di San Francisco. Sto scontando una pena per aver bloccato l’accesso alla OpenAI di Sam Altman. L’ho fatto insieme ad altri membri della nostra organizzazione, StopAI, per protestare contro la corsa di queste aziende tecnologiche verso sistemi di intelligenza artificiale che alla fine prenderanno il controllo e, in ultima analisi, potrebbero ucciderci tutti.

È una cosa di cui il mondo deve essere consapevole. Sappiamo già dei pericoli attuali, che hanno alimentato il genocidio a Gaza. Israele ha utilizzato alcuni di questi sistemi, come uno chiamato “Dov’è papà?”, con cui davano la caccia ai palestinesi nelle loro case e li uccidevano insieme alle loro famiglie. Questa tecnologia alimenta un livello di sorveglianza distopico. Sta alimentando uno stato fascista. Ci sta portando via tutti i posti di lavoro. Ne ha già portati via molti. Sta causando suicidi, omicidi e sparatorie di massa. Tutto questo deve finire.

Gli amministratori delegati delle aziende tecnologiche sanno tutto questo. Sanno che quello che stanno facendo rappresenta un rischio per tutta l’umanità, eppure lo fanno lo stesso, perché non gliene importa niente. Non gli importa di noi. Gli importa solo di essere caricati online e resi immortali. Dobbiamo informarci e capire chi sono queste persone e cosa stanno facendo, e fermarle». (da una recente intervista che la rivista statunitense “Democracy Now!” ha fatto a Wynd Kaufmyn, la prima persona arrestata negli USA per l’opposizione allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale)