Luci da dietro la scena (XXXVII) – Architettura del genocidio
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Luci da dietro la scena (XXXVII) – Architettura del genocidio
L’architettura è politica che decelera fino a diventare forma.
Un incidente è architettura che irrompe diventando politica.
La tempesta di terra
I caterpillar sono qui da tempo. Nell’agosto del 1950 l’area che sarebbe diventata poi nota come Striscia di Gaza venne separata dal resto della Palestina con un gran fossato: un aratro a lama singola trainato da un bulldozer aveva tagliato in due il territorio. Una foto d’archivio mostra il mezzo, un caterpillar della Seconda guerra mondiale, modello D6, che faceva parte di un convoglio di veicoli militari. Dietro sfilavano truppe israeliane ed egiziane, insieme agli osservatori delle Nazioni Unite incaricati di assicurarsi che la tregua venisse rispettata. II soldato israeliano Amnon Dagieli descrisse la scena: «Una jeep con i due comandanti di settore, quello israeliano e quello egiziano, guidava il convoglio. Gli ufficiali avevano in mano una mappa in scala 1:100.000 su cui il confine era tracciato con una spessa linea a matita. Sul terreno la larghezza della linea era di cento metri». Intere fattorie e aziende agricole ricadevano all’interno del nuovo confine. Mordechai Galili, un altro soldato che, come Dagieli, era un colono del vicino kibbutz Nirim, raccontò il processo per il bollettino dell’insediamento, scrivendo che le truppe israeliane ed egiziane «litigavano su ogni millimetro… sembrava di stare al mercato del pesce, c’erano discussioni su ogni albero». Nel caldo torrido di agosto, il «maggiore americano» — presumibilmente uno degli ufficiali colombiani ONU di stanza sulla frontiera — «si tolse la camicia per prendere il sole». La fotografia mostra vari soldati che oziano in quello che sembra un campo abbandonato, mentre la Palestina viene spaccata in due. L’«americano» aveva l’ultima parola. «Appena è stato dato il segnale, il bulldozer ha tracciato una linea retta attraverso frutteti, vigne e wadi». Lo scavo era proseguito, un segmento dopo l’altro. In un punto, scrive Galili, «il manovratore del bulldozer aveva sfondato una barriera di cactus, distruggendola con grande entusiasmo». Gli agricoltori palestinesi, vedendo il fossato sempre più grande che li separava dalle loro terre, avevano circondato i veicoli, sconvolti. Gli israeliani li prendevano in giro: «Fate delle foto perché non rivedrete mai più queste terre». Qualcuno gridava ai coloni di andarsene, ripetendo che presto i palestinesi si sarebbero ripresi le loro terre, un contadino disperato supplicava gli ufficiali egiziani di spostare la linea oltre il suo campo e questi lo scacciavano spazientiti. Su un altro tratto, «un frutteto di prugni e albicocchi era finito dalla nostra parte. I proprietari erano al di là della linea. Dopo esserci riempiti lo stomaco e le tasche sotto il loro naso, abbiamo lanciato i noccioli verso di loro: “Mangiatene un po’ anche voi!”». Lo scavo procedeva da nord a sud in un paesaggio punteggiato da campi fertili e frutteti. In un altro punto, i contadini palestinesi si erano resi conto che l’aratro stava per dividere due paesini contigui. «Gli abitanti di Abasan e Kbiza’a uscirono in massa, urlando e imprecando». Donne e bambini si radunarono intorno al convoglio: il processo di demarcazione venne bloccato e l’esercito egiziano allontanò i mezzi. In quell’occasione, i contadini palestinesi riuscirono a spostare la linea. Quel raro successo è stato descritto anni dopo da Salman Abu Sitta, che il 14 maggio 1948 — il giorno in cui fu proclamato lo Stato di Israele, quando aveva dieci anni — venne espulso dal borgo agricolo di Ma’in Abu Sitta (al-Ma’in) dove viveva con la sua famiglia. II paesino, che si trovava su una collina di arenaria, era a circa tre chilometri dal lato controllato da Israele e si affacciava sulla città di Khan Younis, sulla costa e, in lontananza, sul deserto egiziano del Sinai. Abu Sitta è diventato uno dei cronisti più prolifici della Nakba in corso e uno dei più convinti sostenitori del ritorno dei palestinesi.
Nel febbraio 2025 Salman è venuto negli uffici di Forensic Architecture, l’agenzia di ricerca che dirigo a Londra. Insieme abbiamo lavorato a un’accuratissima ricostruzione digitale di al-Ma’in, paesino che è al centro di questo libro, con la sua storia, architettura e produzione agricola.
Pur non essendo un confine riconosciuto a livello internazionale, la linea di demarcazione diede origine a due nuove unità territoriali complementari: la Striscia di Gaza e la Cintura di Gaza, o Gaza Envelope. La prima era un’«area di concentramento» per 200.000 profughi espulsi da 247 località, borghi e cittadine e per gli 80.000 abitanti originari; la seconda era una zona di frontiera destinata a incarcerarli. La differenza tra le due parti era evidente, scrive Galili. «II lato egiziano è punteggiato di arabi con il loro bestiame, quello israeliano è vuoto». La regione amministrativa della Cintura di Gaza è stata dichiarata ufficialmente solo all’inizio degli anni Duemila per accedere ai sussidi statali israeliani, ma il termine descrive un insieme di installazioni civili e militari assemblato sul confine della Striscia di Gaza appena formata, con lo scopo di circondarla e metterla sotto assedio permanente.
Nirim, il kibbutz da cui provenivano i soldati israeliani che avevano tracciato la linea di confine, sorse sulle rovine di al-Ma’in e venne circondato da una recinzione e trincee a forma di pentagono, una tipologia di fortificazione militare risalente a cinque secoli fa. I coloni avevano rimosso le macerie e nel corso degli anni cancellato ogni residuo dell’insediamento originario, tranne un edificio in cemento e un pozzo profondo che utilizzavano. L’aratura servì a cancellare ogni traccia. I coloni spianarono tutto: le fondamenta degli edifici, i muri di pietra tra gli appezzamenti di grano e orzo, gli orti, i percorsi pedonali, le strade carrozzabili, i magazzini usati per i prodotti agricoli, i due edifici che ospitavano la prima scuola regionale della zona e vari luoghi di sepoltura. Era un doppio annientamento, mirato a eliminare sia quello che esisteva sia le tracce della distruzione operata. Ben presto al-Ma’in venne ricoperto di campi, su cui spuntò una fitta coltre di vegetazione. Questa operazione mirava a rendere la terra irriconoscibile: i contadini palestinesi cacciati verso la costa non avrebbero più avuto nulla a cui tornare. II compito di chi viveva a Nirim, cosi come negli altri insediamenti e basi militari sorti intorno alla neonata Striscia di Gaza, era quello di sorvegliare la frontiera per evitare che i profughi palestinesi tentassero di superarla, come i membri della famiglia Abu Sitta, che avevano cercato di tornare alle loro terre per recuperare i propri beni, raccogliere i frutti dei loro campi o combattere gli occupanti. Ai coloni era stato ordinato di uccidere chiunque — armato o disarmato, uomo o donna — avesse attraversato la linea di demarcazione. Nirim, insieme ai kibbutz di Nir Oz, Magen ed Ein HaShlosha, tutti costruiti sulle terre degli Abu Sitta, sarebbero stati tra i più colpiti il 7 ottobre 2023.
«L’[Esercito di] Occupazione ha cambiato la topografia della Striscia fino a renderla irriconoscibile» ha scritto il poeta palestinese Omar Moussa alla fine del novembre 2023. A quel punto migliaia di bombe avevano squarciato il sottosuolo con la forza sismica di tanti piccoli terremoti, formando crateri abbastanza profondi da inghiottire interi edifici. Giganteschi bulldozer corazzati — ora si usano i caterpillar modello D9 — hanno conficcato le pale anteriori nel terreno e sono avanzati, rivoltando i campi e radendo al suolo i frutteti. Un contadino palestinese ha inviato a Forensic Architecture un messaggio vocale in cui descriveva la fattoria di famiglia, che vantava uno degli ultimi uliveti della zona, terreni punteggiati di melograni, agrumi e orti per le verdure: «Impossibile riconoscerla. Ora è uguale a prima, un deserto». Dopo le fattorie è stata la volta delle aree sul limitare di paesi, città e campi profughi. Nei video pubblicati dai soldati israeliani si vedono le ruspe abbattere le case una fila dopo l’altra, squarciando l’asfalto delle strade mentre le acque reflue sgorgano dai tubi rotti sul terreno esposto. La fabbrica di Coca-Cola di Gaza è ridotta a una distesa di vetro scintillante. Non si sono fermati davanti a nulla, tantomeno ai siti archeologici e cimiteri. «II nostro compito è radere al suolo Gaza» ha scritto sui social uno degli operatori delle ruspe. «I palestinesi non avranno un posto dove tornare,» ha scritto un altro ufficiale israeliano «troveranno solo terra bruciata. Niente case, niente terreni coltivabili, niente di niente». Più a ovest, verso la spiaggia, un altro soldato si meravigliava della vista sul mare aperta dalla loro distruzione, «una visione fugace di natura incontaminata». «Se sopravvivremo a questa guerra,» si chiedeva Omar Moussa citando le parole di un amico «quale sarà il nostro punto d’incontro?».
L’ungrounding, cioè il fare tabula rasa di un’area, è diverso da altri tipi di distruzione in cui gli elementi superficiali delle aree abitate — linee di confine, strade, campi, giardini, sentieri — rimangono identificabili. In tutte le altre zone di guerra che ho studiato, anche quando gli edifici sono crollati si può ancora capire dove sorgevano e intuire qualcosa della realtà sociale che la superficie urbana teneva insieme. Dopo la fine di un conflitto, edifici e quartieri possono essere ricostruiti grazie a tracce e impronte. La tabula rasa, invece, mira a rimuovere una società dal luogo che occupava e a cancellare ogni traccia della sua esistenza, dagli edifici fino a tutto ciò che si trova sotto la superficie terrestre. È un tipo di violenza che modella e trasforma il terreno. L’ungrounding non è una conseguenza del confronto militare, ma il suo obiettivo, perché distrugge ogni condizione necessaria all’esistenza fino a ottenere una distesa vuota, appunto una tabula rasa. A Gaza, il deserto monocromo di terra rivoltata è la firma tangibile del genocidio attuato da Israele.
II suolo è formato da molteplici elementi e ciascun granello di sabbia ha un’origine diversa: conchiglie, coralli, rocce e minerali. Dopo l’ottobre 2023, il suolo di Gaza è diventato un miscuglio di tutto quello che aveva caratterizzato la vita urbana: pezzi di cemento, intonaco, plastica, vetro, piante morte, sabbia. Da allora, Gaza non è solo stata trasformata in una distesa di resti, ma anche in un cantiere. Le ruspe hanno scolpito un nuovo piano regolatore militarizzato tra la polvere, come un dito che disegna su un parabrezza sporco. Cosi, i cumuli di macerie sono diventati l’unità architettonica di base, i muri con cui realizzare qualsiasi struttura. Le ruspe si sono mosse tra i resti per creare strade fiancheggiate da gigantesche montagne di detriti che tagliavano Gaza in sezioni separate. Lungo queste rotte, i bulldozer hanno accumulato macerie per racchiudere complessi fortificati, avamposti militari e centri di detenzione dove i palestinesi vengono interrogati e torturati. La topografia relativamente piatta della Striscia di Gaza si è gradualmente trasformata in un paesaggio di dune a seconda dei movimenti dell’esercito, che ha trasformato la superficie in una sostanza gelatinosa, quasi fluida. Onde di terra si sollevavano, per poi ritirarsi e stabilizzarsi a seconda delle priorità militari. La tempesta di terra ha inghiottito moltissime persone: si calcola che siano più di 11.000 i palestinesi dispersi, e molti sono irrecuperabili, in profondi crateri o sotto enormi cumuli di macerie. Annegati nella terra, non verranno mai seppelliti degnamente. Qualsiasi segno che indicasse un luogo di sepoltura è stato spazzato via da quella tempesta. In genere, noi di Forensic Architecture cerchiamo di identificare il punto dove sono stati girati i video tramite marcatori urbani visibili, ma con il procedere del genocidio i pochi segnali disponibili sono scomparsi. I video registravano soltanto il paesaggio mobile e indistinto delle dune di macerie, ed erano quindi molto difficili da localizzare.
Gran parte dell’ungrounding avviene in aree che l’esercito definisce una «zona cuscinetto» lungo il perimetro recintato di Gaza. Negli ultimi due anni, la zona cuscinetto si è espansa fino a coprire quasi tutto il territorio della Striscia. L’accesso all’area trasformata in tabula rasa è vietato ai palestinesi. L’esercito la definisce shetah hashmada, «zona di annientamento», dove ogni palestinese avvistato va eliminato. Nella zona cuscinetto non cresce nessuna pianta e non è rimasta in piedi nessuna struttura. L’obiettivo è quello di eliminare qualsiasi nascondiglio ed esporre i palestinesi al fuoco dei cecchini o dei droni quadricotteri che sorvolano le dune. L’ondata di distruzione ha spinto i palestinesi verso le dune costiere, che ora sono gremite. L’esercito ha chiamato queste aree «zone umanitarie», sebbene siano tutt’altro che umanitarie e anzi si possano descrivere meglio come «aree di concentramento» o campi di concentramento. Enormi tendopoli sono sorte sulle dune e in riva al mare. Quando i palestinesi sfollati non hanno più trovato sabbia su cui piantare le tende, le hanno erette tra le macerie, su moli che si estendevano nel mare, sulle strade e vicino alle discariche. La popolazione sopravvissuta di Gaza è ridotta alla fame, senza acqua, in balìa delle intemperie, sotto il ronzio costante di droni e cacciabombardieri pronti a colpire. Israele vuole che i palestinesi intrappolati tra le dune se ne vadano o muoiano, e ha chiuso ogni punto di uscita. La redazione di questo libro si è conclusa subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco dell’ottobre 2025: una tregua che non ha posto fine agli attacchi israeliani, ma ha di fatto cristallizzato la situazione sul terreno. Oggi Israele controlla una vasta zona cuscinetto, ridotta a una tabula rasa, che si estende sul 58 per cento della Striscia, mentre i palestinesi si concentrano in città devastate e tendopoli lungo la costa.
[…] La costa mediterranea meridionale della Palestina, dove si trova Gaza, è il punto d’incontro tra diversi tipi di suolo. La sabbia viene trasportata dal mare e si accumula in dune che vengono spostate a est dai venti, mentre le piogge invernali drenano l’argilla dalle montagne della Cisgiordania nella direzione opposta. Così, la sabbia sterile incontra il terreno fertile a pochi chilometri dalla costa. La principale arteria stradale della zona, la Salah al-Din Road, una delle più antiche della regione, si estende lungo la linea tra sabbia e suolo come una gigantesca diga. Allo stesso modo, sotto la superficie, sabbia e argilla si mescolano in strati alternati. Anche se la superficie di Gaza è relativamente piatta, appena al di sotto gli strati formano una nitida topografia di creste e valli. II paesaggio include «laghi» sotterranei dove si creano falde acquifere e una «riva» a livello dell’acqua salmastra. II sottosuolo comprende anche strutture artificiali: siti archeologici, condutture, riempimento di macerie (prodotto degli innumerevoli episodi di distruzione di Gaza), barriere sotterranee e munizioni inesplose. La pendenza delle dorsali sotterranee può essere ripida in alcuni punti, ma il paesaggio è invisibile: gli strati superiori riempiono le depressioni di quelli inferiori e non c’è una linea d’orizzonte che riveli il profilo topografico. I contorni di questo paesaggio si possono rilevare solo con il tatto e solo chi è davvero esperto di come si scavano pozzi e tunnel sa come distinguere i vari tipi di terreno in base a quanto sono consistenti, viscosi, umidi e densi.
La terra non viene rimescolata soltanto dai colonizzatori. L’architettura dei tunnel corrisponde al paesaggio sepolto del sottosuolo, proprio come gli edifici seguono la topografia in superficie. Chi scava i tunnel si muove su pendenze argillose, che offrono maggiore stabilità rispetto ad altri strati. Muovendosi sottoterra, i palestinesi seguono tecniche di scavo tradizionali, basate sulla costruzione dei pozzi e ulteriormente perfezionate dopo il 1967, quando la resistenza all’occupazione si era ritirata nel sottosuolo, l’unica parte della Palestina che non era stata ancora occupata. Nei decenni successivi, i tunnel hanno rappresentato un’ancora di salvezza per alleviare le conseguenze del blocco imposto sulla Striscia e facilitare le operazioni della resistenza armata. Sono stati scavati e riparati anche dopo l’ottobre 2023, e il terreno in eccesso proveniente dagli scavi si confonde con il mare di macerie.
I video pubblicati dalle Brigate Izz al-Din al-Qassam, la forza militare di Hamas, mostrano combattenti scalzi — nessuno indossa scarpe nella terra umida — che emergono negli avamposti dell’esercito, tirano razzi, sparano contro i soldati israeliani o attaccano cariche esplosive ai blindati.
L’architettura dei tunnel […] da sempre mette in difficoltà l’esercito israeliano. Una delle conseguenze involontarie della distruzione continua operata da Israele è che le macerie degli edifici sono sparpagliate ovunque e gli ammassi di ferro contorto, resti del cemento armato, distorcono i segnali elettromagnetici dei radar israeliani che penetrano nel suolo. Mentre almeno l’80 per cento degli edifici in superficie è stato distrutto o danneggiato, sottoterra la proporzione sembra essere invertita: dopo quasi due anni di occupazione, l’annientamento quasi totale e le esplosioni sotterranee, gli ufficiali israeliani hanno ammesso di essere riusciti a rendere inservibile solo il 20-40 per cento circa dei tunnel.
[…] Nella maggior parte dei casi, le informazioni diffuse sui tunnel sono in realtà pura e semplice disinformazione: propaganda, iperboli, racconti mirati a minimizzare o a esaltare, strumenti di guerra psicologica. Servono a giustificare l’annientamento indiscriminato di tutto ciò che era in superficie o a spiegare perché, dopo oltre due anni di devastazione, una parte consistente della forza combattente di Hamas risulti ancora operativa. I portavoce israeliani hanno spesso descritto i tunnel sotto Gaza come una sorta di metropolitana, evocando l’immagine di una rete integrata estesa per centinaia di chilometri, in cui ogni imbocco sarebbe collegato al successivo. […] non è mai esistito nulla di nemmeno lontanamente paragonabile a una metropolitana. Se così fosse stato, tutto il sistema sarebbe stato scoperto al primo imbocco rinvenuto. Più che un’unica struttura complessa dotata di una forma architettonica definita, i tunnel costituiscono un principio operativo che consente il movimento tra superficie e sotterranei senza farsi vedere, cioè aggirano e mandano in cortocircuito la logica della superficie visibile ma non rappresentano un mondo a sé stante. Molti sono stati scavati da organizzazioni e famiglie che li gestiscono, ciascuno con un compito specifico: commercio, lancio di razzi, rifugio, produzione, stoccaggio, preparazione di attacchi. Tutta quella retorica sulla «metropolitana» mirava a giustificare la distruzione sistematica della superficie abitata di Gaza, rappresentata con questa metafora come un immenso scudo umano.
[…] Già prima del 7 ottobre 2023 sarebbe Stato difficile immaginare la Striscia di Gaza, con i campi profughi e le città densamente popolate, come un ambiente legato alla natura, ma la storia della regione è sempre stata strettamente associata al suo clima unico e fragile, alla sua posizione sulla soglia del deserto. Gaza è una zona di transizione tra i campi fertili della Palestina meridionale e il Sinai egiziano. Fin dall’inizio della Nakba, e sempre più dall’ottobre 2023, i politici e gli urbanisti israeliani hanno guardato al deserto del Sinai come l‘area in cui espellere i palestinesi. Come indicatore ambientale, la soglia del deserto si è quindi tramutata in una minaccia che incombe per sempre all’orizzonte.
Fin dall’ottobre 2023, l’unico obiettivo strategico della campagna militare di Israele era la cacciata dei palestinesi al di là di quella soglia e in Egitto, ma anche lo spostamento della linea stessa del deserto. L’ungrounding, come pratica militare di desertificazione, si è esteso dalle recinzioni che circondano Gaza verso il suo interno, annientando progressivamente tutto ciò che rendeva possibile la vita nei territori attraversati dall’esercito. Questa tabula rasa ha anche preparato il territorio al futuro sfruttamento edilizio. Mentre la distruzione di Gaza era ancora in corso sono stati elaborati vari programmi per il suo futuro, ovviamente senza consultare i palestinesi. I coloni ebrei hanno rilanciato i loro piani di insediamento; l’amministrazione statunitense ha avanzato un’allucinante ipotesi di sviluppo costiero sul modello dei paesi del Golfo; una coalizione di Stati arabi ha elaborato diversi progetti per ricoprire di nuove abitazioni la superficie livellata di Gaza. Ciascuna di queste proposte, pur in forme differenti, rischia di portare a compimento il genocidio con strumenti architettonici.
Ungrounding ha una prospettiva prevalentemente architettonica. Ho studiato architettura negli anni Novanta a Londra, dove vivo tuttora. Anche se di solito la formazione universitaria si concentra sulla progettazione e sugli edifici, mi sono ritrovato a esaminare tutto ciò che è stato de-costruito, e a cercare di capire i mondi che sono stati distrutti e cancellati dalle decisioni degli architetti. Da ebreo israeliano ho visto con i miei occhi, nel luogo stesso in cui sono cresciuto, questa forma di distruzione, praticata ovunque attorno a me mediante una specifica modalità di violenza esercitata sullo spazio. Pur essendomene andato presto, rifiutandomi di costruire una vita sotto il regime di supremazia ebraica, sono tornato spesso a studiare l’architettura del colonialismo d’insediamento israeliano. Ho usato le mie conoscenze sul campo per documentare la matrice di insediamenti, basi militari, strade, prigioni, posti di blocco, zone cuscinetto, recinzioni e muri che hanno contribuito a creare un letale meccanismo di separazione spaziale o apartheid. È sui tavoli da disegno degli architetti che hanno preso forma i peggiori crimini della colonizzazione.
[…] Le continue violenze contro chi indaga sui crimini commessi da Israele rientrano in un più ampio sforzo del regime per controllare non solo i fatti, ma anche la loro interpretazione. Esiste un nesso diretto tra i ripetuti tentativi di screditare le voci palestinesi, distruggere le prove e intimidire, arrestare o uccidere giornalisti e attivisti. Questi atti dimostrano chiaramente che negare i fatti non è solo una questione di scelte linguistiche, dichiarazioni o propaganda, ma una pratica concreta e violenta che si esercita nel mondo proprio come l’ungrounding cancella fisicamente tutto quello che esiste nel paesaggio affermando che prima non c’era assolutamente nulla. Dopo il 7 ottobre, la retorica israeliana […] ha superato il semplice diniego, trasformandosi in dichiarazioni di gioiosa furia distruttiva. Questa strategia è alla base dello Stato di Israele: da un lato il rifiuto della Nakba, promosso e istituzionalizzato dallo Stato israeliano, permette la negazione quotidiana delle atrocità attuali; dall’altro, la Nakba viene usata di continuo dagli stessi portavoce israeliani come minaccia esplicita.
[…]
II suolo è l‘elemento che riunisce queste diverse magnitudini e durate. La ricchezza di vita culturale e biologica che racchiude, essendosi formato nel corso di millenni, può essere distrutta in un istante. Durante il genocidio, gli atti di distruzione totale compiuti da Israele si sono estesi dalla superficie alle profondità, dalle città e dai campi al sottosuolo. Appena sotto la superficie ci sono infrastrutture vitali: sistemi idrici, impianti del gas, condotti fognari, e l’annientamento operato dall’esercito ha incluso tubature, tombe e resti archeologici risalenti a migliaia di anni fa. II sottosuolo è anche una biosfera viva, che contiene un ecosistema di batteri, lombrichi e funghi, oltre a materia organica in decomposizione che genera sostanze nutritive indispensabili per la vita vegetale in superficie. Quando gli ordigni esplodono in profondità, oltre a creare crateri in cui gli strati del suolo si rimescolano, liberano residui esplosivi e metalli pesanti come piombo, rame, zinco e bario. I resti degli edifici polverizzati rilasciano sostanze chimiche, contaminanti da incendio e amianto (ancora presente nei vecchi edifici pubblici di Gaza). Insieme alle acque reflue provenienti dagli impianti di depurazione bombardati e al petrolio fuoriuscito da centinaia di veicoli militari, la pioggia trasporta queste sostanze ancora più in profondità. A tutto ciò si aggiungono migliaia di ordigni inesplosi nel sottosuolo. Ci vorranno secoli perché la maggior parte di queste sostanze si decompongano e nel frattempo continueranno a modificare la composizione fisica, chimica e biologica del terreno. Martoriato e contaminato, il suolo risultante da questo processo trasforma il paesaggio, abitato fino a poco tempo prima, in quello che un ex ufficiale israeliano ha definito un luogo «in cui nessun essere umano può vivere».
6,29
Nel corso delle generazioni, la linea del 1950, tracciata con l’aratro intorno a quella che sarebbe stata chiamata Striscia di Gaza, si trasformò in una frontiera fortificata verso l’alto e verso il basso, che mirava a tenere lontani i palestinesi e a impedire il loro ritorno. […] nel corso degli anni erano stati creati vari insediamenti agricoli intorno a Gaza che fungevano da fortificazioni, un «muro vivente» come linea di difesa. Le varie basi militari sparpagliate tra un kibbutz e l’altro o al loro interno erano collegate da una rete di strade.
Tra la linea degli insediamenti e la Striscia, i campi coltivati offrivano una visibilità perfetta. […] fu solo dopo l’occupazione nel 1967 che la Striscia venne per la prima volta circondata da recinzioni costruite sopra il fosso arato.
Nel corso dei decenni sono stati aggiunti ulteriori strati di recinzioni parallele a questa linea, dietro cui l’esercito ha creato un paesaggio fatto di cumuli di terra, con rampe per i carri armati e postazioni elevate per i cecchini. Più indietro c’erano le torri di controllo cilindriche in cemento armato, sormontate da mitragliatrici telecomandate e apparecchiature di sorveglianza, telecamere di sicurezza e radar. L’interfaccia tra la Cintura e la Striscia era punteggiata da vari terminali fortificati attraverso i quali gli stranieri e i pochissimi palestinesi a cui era permesso entrare o uscire potevano passare in stretti corridoi recintati. Sul lato di Gaza, Israele aveva dichiarato una zona cuscinetto larga alcune centinaia di metri dove le abitazioni erano state rase al suolo dai bulldozer e le piante distrutte dagli erbicidi spruzzati dall’alto. Migliaia di palestinesi introdottisi in questa zona cuscinetto venivano uccisi dai cecchini. Dal lato del mare, Gaza era circondata e sorvegliata dalla marina israeliana. II breve confine meridionale della Striscia a Rafah era sigillato dall’esercito egiziano, che negli ultimi dieci anni ha distrutto completamente la parte egiziana della città. La Cintura è diventata anche multidimensionale, perché le recinzioni includono una profonda barriera sotterranea dotata di sensori per localizzare anche la minima attività e bloccare i passaggi sotto la frontiera, mentre sopra i droni, gli aerei militari e gli aerostati di sorveglianza sorvolano costantemente il territorio. II sistema tridimensionale di barriere è completato dall’intercettazione missilistica «Iron Dome». La Divisione di Gaza dell’esercito israeliano — di stanza nel punto in cui i due principali affluenti del Wadi Gaza si uniscono nel corso principale — ha messo in opera questo sistema integrato di recinzione totale, il confine più fortificato al mondo, con cui Israele ha esercitato un blocco durato quasi due decenni. È stato proprio perché la Cintura esercitava un controllo totale sulla vita della popolazione che Gaza è stata considerata un «territorio occupato». II perimetro sembrava ermetico e l’esercito era convinto di aver risolto il problema Gaza.
L’attacco contro la Cintura è iniziato alle 6,29 del mattino del 7 ottobre 2023 con una raffica di razzi che, a migliaia, hanno saturato lo spazio radar israeliano. II suono delle sirene, l’impatto dei razzi e le esplosioni degli intercettori dell’Iron Dome hanno costretto i soldati israeliani a rifugiarsi nei bunker invece di raggiungere le loro postazioni di combattimento. Le unità d’élite Nukhba delle Brigate al-Qassam hanno utilizzato decine di droni quadricotteri dotati di lanciarazzi improvvisati — usati per la prima volta sui campi di battaglia dell’Ucraina — per disattivare alcune delle antenne di comunicazione dell’esercito israeliano. I cecchini palestinesi hanno abbattuto un pallone spia (altri tre erano a terra per riparazioni), e sparato alle paraboliche e alle telecamere posizionate in cima alle torri che sorvegliavano la Striscia. Senza le telecamere per vedere i combattenti di Hamas, che a ondate di centinaia caricavano verso le recinzioni, le mitragliatrici telecomandate non potevano prenderli di mira. Con le torri di comunicazione disattivate, il centro di comando della Divisione di Gaza non aveva un’immagine precisa di quello che stava accadendo e quindi non poteva coordinare le truppe.
I combattenti di Hamas hanno creato più di sessanta varchi nelle recinzioni con gli esplosivi e il video in cui si vedeva un trattore allargare una breccia per far passare i veicoli è diventato virale. Ciascun gruppo armato attaccava i vari elementi che componevano la matrice delle fortificazioni israeliana: mentre un gruppo assaltava il terminal di confine di Erez, che prende il nome dal vicino kibbutz Erez, e sfondava gli odiati tornelli a controllo remoto e gli scanner biometrici, altri combattenti facevano irruzione nel quartier generale della Divisione di Gaza, nei pressi dell’insediamento del kibbutz Re’im. Sapendo esattamente dove andare, grazie alle immagini satellitari online e alle informazioni che i soldati israeliani mettevano sui social, i combattenti hanno disattivato il centro di comando e comunicazione israeliano che coordinava tutte le unità lungo il confine. Hanno anche preso d’assalto diverse altre basi militari all’interno o vicino agli insediamenti, come la fortezza di cemento vicino al kibbutz Nahal Oz, e sono riusciti a mettere sotto assedio i rifugi di sicurezza in cui si erano nascosti i soldati. L’esercito, del tutto cieco e muto, ha perso il controllo della situazione. I combattenti palestinesi presiedevano anche gli snodi stradali strategici per bloccare l’arrivo dei rinforzi. II sistema di fortificazioni della Cintura era stato progettato per affrontare incursioni isolate: una falla in un punto avrebbe portato a un accerchiamento immediato. Ma siccome tutti gli elementi collegati della rete sono stati presi di mira simultaneamente da una moltitudine di piccole unità, il sistema è imploso.
II fallimento dell’esercito israeliano è stato innanzitutto concettuale. Non poteva immaginare il livello di coordinazione sofisticatissimo dei combattenti palestinesi, che aveva sempre preso in giro chiamandoli, con il tipico sprezzo coloniale, «cecchini in ciabatte». L’esercito si era convinto che qualsiasi eventuale incursione sarebbe venuta dai tunnel. L’attacco da terra invece, oltre ad avvantaggiare Hamas con l’elemento sorpresa, aveva permesso ai combattenti di impiegare molti più uomini su un fronte più ampio, con maggiore forza e simultaneamente.
Rendendo vulnerabile la Cintura uno strato dopo l’altro, i combattenti sembravano essere riusciti a invertire la storia tangibile della frontiera. II video del bulldozer che allarga la breccia nella recinzione è stato girato davanti ai kibbutz di Nirim e Nir Oz, costruiti su terreni che appartenevano a Ma’in Abu Sitta. In pochi minuti le unità palestinesi avevano attraversato i pochi chilometri di campi tra le recinzioni e gli insediamenti. II primo a essere attaccato, alle 6,49 del mattino, è stato il kibbutz Nir Oz, che pare sia stato occupato per quasi mezza giornata. L’esercito israeliano ha calcolato la presenza di cinquecento persone tra combattenti palestinesi e civili. Quarantasette persone sono state uccise, il numero di vittime più alto rispetto a qualsiasi insediamento di frontiera, e settantasei prese in ostaggio. Nel corso della giornata, i combattenti palestinesi hanno fatto irruzione in altri venti insediamenti che circondavano la Striscia. Per la prima volta dal 1948, hanno occupato città e paesi che erano appartenuti alla loro patria.
Posizionando gli insediamenti civili in prima linea per accerchiare Gaza, con varie basi militari all’interno o nelle vicinanze, Israele ha reso labile la distinzione tra mondo civile e militare, strategia che si è rivelata fatale il 7 ottobre. Nei kibbutz, i civili hanno subìto il peggio di entrambe le situazioni, perché non hanno potuto difendersi come soldati e non sono stati risparmiati come invece dovrebbero essere i civili disarmati. Quando la prima ondata di combattenti è riuscita a sfondare, Hamas ha spronato altri gruppi armati e civili palestinesi a seguirla e molti hanno colto l’occasione per uscire da Gaza per la prima volta. A piedi, in bicicletta o a cavallo, sono entrati nelle terre da cui i loro genitori e i loro nonni erano stati scacciati.
II 21 gennaio 2024, più di tre mesi dopo l’attacco, Hamas ha pubblicato un testo di diciotto pagine in inglese, intitolato Our Narrative, con l’obiettivo di spiegare le ragioni alla base dell’«Operazione al-Aqsa Flood» del 7 ottobre e l’elevato numero di civili israeliani uccisi. Nel testo Hamas dichiarava che l’attacco «mirava a distruggere la Divisione di Gaza dell’esercito israeliano» e che evitare «danni ai civili, in particolare bambini, donne e anziani, era un impegno religioso e morale». II documento ammetteva che erano stati commessi «degli errori» nel corso dell’operazione e che i combattenti avevano ucciso «per sbaglio» dei civili, nel caos provocato dal rapido collasso del sistema militare e della sicurezza israeliani. Eppure, i video delle bodycam dei combattenti di Hamas — oltre a quelli registrati dalle telecamere di videosorveglianza e dai cellulari di chi è sopravvissuto — mostrano combattenti palestinesi che sparano a civili disarmati in fuga, che lanciano granate nei rifugi dei civili, danno fuoco alle case con dentro delle famiglie, sparano a badanti filippini, braccianti nepalesi e thailandesi, operai palestinesi che lavoravano negli insediamenti. Vari video mostrano uomini, donne e bambini rapiti con violenza, e anche casi in cui neonati e anziani vengono catturati da diverse fazioni palestinesi.
Yocheved Lifshitz, un’ottantacinquenne di Nir Oz, era tra i civili israeliani presi in ostaggio e portati a Gaza, insieme al marito Oded, giornalista. Quando è stata liberata dopo due settimane (appena ha dichiarato di essere stata trattata bene, sui canali nazionali gli esperti israeliani l’hanno zittita con fare arrogante, liquidando il suo come un caso di sindrome di Stoccolma), ha raccontato di essere stata rapita da casa sua, messa su una moto e portata a Khan Younis da un varco nella recinzione per poi essere condotta in un tunnel. «Scesi sottoterra, abbiamo camminato in una ragnatela di gallerie umide per chilometri, almeno due o tre ore… fino a raggiungere una grande sala». Pur non essendo stati usati per l’attacco, i tunnel si sono rivelati fondamentali per la ritirata.
Poi, quando i combattenti di al-Qassam si sono trovati di fronte il Nova festival, a tre chilometri dalla recinzione del kibbutz che avevano già devastato, lo hanno attaccato. II rave si stava svolgendo in una radura vicino al ponte in cui la Road 232 —la principale arteria che collega le basi militari e i kibbutz sulla linea del fronte — tagliava il Wadi Gaza, non lontano dal quartier generale della Divisione di Gaza. Le bodycam dei combattenti di Hamas li hanno ripresi mentre sparavano alle porte dei bagni in cui la gente si era nascosta e contro le persone in preda al panico che cercavano di fuggire correndo o in auto. I video delle scene successive mostrano i corpi senza vita sulla pista da ballo, dietro al bancone del bar, tra gli alberi di un frutteto. Alcuni dei sopravvissuti hanno cercato di scappare calandosi lungo le ripide sponde del Wadi Gaza, e si sono nascosti nella stessa vegetazione che nel 1948 aveva offerto rifugio alla famiglia Abu Sitta quando cercava di sfuggire alle forze israeliane venute a distruggere il loro villaggio e a cacciarli. Parecchi giorni dopo il 7 ottobre una donna è stata ritrovata viva, ancora nascosta nel Wadi. Quelle del Nova festival rappresentavano più o meno la metà di tutte le vittime civili.
Non erano stati solo gli uomini di Hamas a uccidere, c’erano anche combattenti palestinesi di altri gruppi, e civili armati che li avevano seguiti. Ma è importante ricordare che non tutte le vittime israeliane sono state uccise da palestinesi. Nei campi che separano gli insediamenti in prima linea e le recinzioni sfondate intorno alla Striscia c’erano settantasette veicoli carbonizzati, con all’interno o accanto i corpi straziati di combattenti palestinesi e civili israeliani. Era difficile riconoscere i cadaveri e inizialmente molti palestinesi sono stati aggiunti alla lista di israeliani uccisi quel giorno. Erano stati colpiti da elicotteri da combattimento, droni e carri armati israeliani, che avevano ricevuto l’ordine di fermare «a tutti i costi» ogni tentativo dei palestinesi di tornare a Gaza con degli ostaggi. I piloti hanno capito bene cosa significava in termini pratici l’ordine del quartier generale dell’aeronautica — «nessun veicolo deve tornare a Gaza» — e si sono messi a sparare contro i veicoli che trasportavano gli israeliani.
I campi aperti tra gli insediamenti e la recinzione perimetrale di Gaza erano la prima zona cuscinetto istituita tra le linee del fronte egiziane e israeliane nell’accordo di armistizio del febbraio 1949. […] questa zona cuscinetto, come tutte le altre che furono e sarebbero state istituite da Israele all’interno della Striscia, era considerata un’area di fuoco aperto, una zona letale in cui qualsiasi palestinese che entrasse, armato o meno, veniva freddato. II 7 ottobre 2023, il sito della prima zona cuscinetto è diventato una zona letale anche per i civili israeliani, rapiti dai palestinesi ma ammazzati dall’esercito israeliano.
II fatto che quest’ultimo abbia agito con violenza sproporzionata su prigionieri e ostaggi israeliani ha segnato il ritorno della Direttiva Annibale, un ordine controverso che era stato messo in pratica nel 1986 e revocato trent’anni dopo, nel 2016, dopo la sua sanguinosa applicazione del primo agosto 2014. Come accennato in precedenza, la direttiva per le truppe era uccidere i compagni rapiti prima che venissero fatti prigionieri e portati via. Pare che il 7 ottobre sia stata applicata in tutta la Cintura ed estesa agli ostaggi civili. Un capocarro ha aperto il fuoco contro due pick-up Toyota carichi di ostaggi che uscivano da Nir Oz in direzione di Gaza. «Ho deciso che era la cosa giusta da fare, bloccare il rapimento, per evitare che venissero portati di là». Uno dei piloti di elicotteri da combattimento ha descritto il suo tentativo di colpire tutti i veicoli che attraversavano i campi in direzione della Striscia come una sorta di «Annibale di massa». Nel kibbutz Be’eri, un carro armato israeliano ha sparato contro un’abitazione occupata da combattenti di al-Qassam, uccidendo tredici ostaggi. Molti dei civili e dei soldati uccisi durante il giorno sono stati vittime di questi atti di «annibalizzazione».
II bilancio ufficiale di Israele era di 1139 vittime — civili israeliani, inclusi 36 bambini, stranieri, soldati in uniforme o in licenza, guardie armate e agenti di polizia —e di 253 persone portate a Gaza, i soldati come prigionieri, i civili come ostaggi. Senza la Direttiva Annibale è molto probabile che centinaia di persone nella lista delle vittime si sarebbero trovate in quella degli ostaggi/prigionieri.
Tasso di scambio
[…]
Dal punto di vista operativo, Hamas aveva come obiettivo principale la cattura degli ostaggi, elemento che occupa un posto di rilievo nella storia della lotta armata palestinese, come mezzo per costringere Israele a negoziare e, di conseguenza, a rilasciare prigionieri. Israele si rifiuta di riconoscere i combattenti palestinesi come tali e non concede loro lo status di prigionieri di guerra, come impone la convenzione di Ginevra. Dal 1967, Israele detiene nelle sue carceri oltre 800.000 palestinesi provenienti dalla Cisgiordania e da Gaza, cioè più o meno il 20 per cento della popolazione totale e il 40 per cento di quella maschile. II fatto che Israele possa ricorrere facilmente all’incarcerazione di massa e a alla detenzione amministrativa, cioè senza processo, fa sì che molti detenuti — che giustamente i palestinesi considerano ostaggi — abbiano ben poche alternative per riavere la libertà.
Nella storia dei negoziati per lo scambio di prigionieri o ostaggi, si è gradualmente arrivati a definire una sorta di tasso di scambio. Nel luglio del 1968, il FPLP dirottò un volo facendolo atterrare in Algeria. Fu il primo di una serie di dirottamenti, il cui obiettivo dichiarato era il rilascio dei prigionieri palestinesi, e che portò allo scambio di 22 ostaggi israeliani per 16 detenuti palestinesi. II governo israeliano negò che ci fosse stato un accordo. Ma quel tasso di scambio non durò a lungo. Lo scrittore e intellettuale palestinese Ghassan Kanafani, attivista e leader del FPLP, dichiarò: «Non dirottiamo gli aerei perché ci piacciono i Boeing 707, ma per motivi ben precisi».
Mentre nei tristemente famosi dirottamenti degli anni Sessanta e Settanta venivano coinvolti principalmente civili, dall’inizio dell’invasione israeliana del Libano nel 1982 era più semplice catturare soldati sul campo di battaglia. Nel settembre del 1982 il gruppo di Ahmed Jibril, che si era Staccato dal FPLP per formare il Comando generale del FPLP, catturo tre soldati israeliani. Tre anni dopo, nel 1985, in quello che divenne noto come l’accordo Jibril, lo scambio di prigionieri avvenne a un tasso di scambio molto più elevato: tre soldati israeliani per 1150 prigionieri palestinesi. Tra i prigionieri c’era anche Ahmed Yassin, il religioso che fondò Hamas nel 1987. Molti sarebbero stati assassinati dopo la liberazione, come Yassin nel 2004. Negli anni successivi ci furono altri scambi, in particolare l’accordo del 2011 per il rilascio di Gilad Shalit, il soldato israeliano catturato da Hamas nel 2006. Tra i 1027 prigionieri rilasciati […] c’era Yahya Sinwar. L’impegno di Sinwar fu fondamentale per liberare i prigionieri palestinesi che erano ancora nelle carceri israeliane. Ogni volta che si profilava l’eventualità di uno scambio di prigionieri, la destra israeliana e il movimento nazional-religioso dei coloni si opponevano con sempre più fermezza, perché vedevano nelle campagne per il rilascio degli ostaggi una prova della debolezza della società laica israeliana. Subito dopo il 7 ottobre 2023, il movimento nazional-religioso dei coloni si è opposto a qualsiasi accordo di scambio di prigionieri con Hamas. È bene ricordare che il 9 ottobre 2023 e di nuovo meno di una settimana dopo, il 15, Hamas ha offerto il rilascio di tutti gli ostaggi civili in cambio della cessazione dei bombardamenti sulla Striscia e del divieto di ingresso a Gaza. II governo israeliano ha respinto entrambe le proposte. I termini proposti sono rimasti più o meno gli stessi per i due anni successivi: scambio di ostaggi e cessate il fuoco permanente.
Non riuscendo a impedire la cattura di soldati o civili o a ridurre il tasso di scambio negli accordi sui prigionieri, l’esercito aveva già annunciato, decenni prima, che se fossero stati catturati degli israeliani, le città dei rapitori sarebbero state distrutte. II modello era la guerra del 2006, quando i combattenti di Hezbollah avevano catturato due soldati israeliani in un raid transfrontaliero. Israele aveva lanciato quella che all’epoca era stata la sua più feroce campagna di bombardamenti, con 1200 vittime, un milione di sfollati e oltre 100.000 case, infrastrutture pubbliche, scuole e ospedali distrutti, oltre all’aeroporto internazionale. II quartiere di Dahieh, roccaforte di Hezbollah a sud di Beirut, era devastato, ma la leadership di Hezbollah era sopravvissuta, percependo la guerra come una vittoria, una prova della propria capacità di resistere. Nel 2008, Israele ha trasformato la sua devastante offensiva del 2006 in una dottrina militare. Come ha affermato il comandante del fronte settentrionale israeliano Gadi Eisenkot, la «Dottrina Dahieh» insegna che l’esercito israeliano può reagire con «attacchi sproporzionati, anche contro strutture e infrastrutture civili».
II termine «sproporzionato» è cruciale: viene inteso sia in senso letterale — Israele userà la sua schiacciante potenza militare senza freni né senso della misura — sia in senso legale: Israele violerà le leggi di guerra in cui il principio di «proporzionalità» è fondamentale. La proporzionalità è il più macabro dei princìpi giuridici, perché non vieta l’uccisione di civili in guerra, ma esige che il «danno ai civili» rimanga proporzionale all’importanza dell’obiettivo militare, in pratica proponendo un altro tipo di tasso di scambio tra obiettivi militari e morti civili. Non che questo principio giuridico relativamente permissivo fosse troppo limitante per l’esercito, ma la violazione del diritto internazionale diventava così un valore in sé, a dimostrazione che Israele non poteva essere frenato da alcuna soglia, proporzione, misura legale e normativa, né limitarsi ai precedenti tassi di scambio. Israele ha quindi celebrato la sua violazione, sapendo bene che non avrebbe subìto reali conseguenze economiche o diplomatiche e che i manifestanti che chiedevano giustizia sarebbero stati repressi dalle forze di polizia in gran parte del Nord globale.
Umiliati dall’efficienza con cui i combattenti palestinesi erano riusciti a sfondare la barriera e dalle perdite subite, i politici israeliani hanno incitato l’esercito a «bombardare senza pietà e senza distinzioni» e a «spazzare via Gaza dalla faccia della terra».
II 10 ottobre, il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha tradotto queste intenzioni in termini operativi: dichiarando di aver «eliminato ogni freno» ha scatenato tutta la forza militare sulle città e i campi profughi della Striscia, concludendo con: «elimineremo ogni cosa». Per tre settimane, l’aviazione israeliana ha condotto una campagna aerea così devastante che, secondo gli storici militari, ha superato in intensità tutte le operazioni convenzionali del XX secolo, compresi i bombardamenti delle città tedesche durante la Seconda guerra mondiale. Dichiarando l’intento di annientare Gaza, la Dottrina Dahieh si è trasformata in un genocidio il cui obiettivo è obliterare ogni possibilità di vita palestinese a Gaza ed espellere la popolazione in Egitto. Le basi politiche e psicologiche del genocidio non si sono certo materializzate il 7 ottobre, ma sono state costruite gradualmente in oltre un secolo di colonizzazione e ottant’anni di supremazia ebraica e apartheid.
La Dottrina Gaza
Nella fase iniziale dell’attacco, i bombardamenti sono durati tre settimane e, come si è capito in fretta, miravano a costringere i Palestinesi a spostarsi nella parte meridionale della Striscia, come prima fase dell’eventuale espulsione da Gaza. Entro la fine di ottobre 2023, l’esercito aveva sganciato oltre 25.000 tonnellate di ordigni esplosivi sulle città e sui campi profughi di Gaza, con Gaza City come bersaglio principale. II ministero della Salute palestinese ha registrato i primi 10.000 morti. Appena Israele ha visto che le scorte di munizioni diminuivano, gli Stati Uniti si sono affrettati a provvedere al rifornimento con uno dei più grandi ponti aerei mai realizzati. Le bombe hanno distrutto l’intero lungomare, palazzi residenziali e commerciali, centri commerciali, scuole, moschee, panifici, banche, ospedali, librerie, case editrici, biblioteche, centinaia di istituti scolastici, università, depositi alimentari, ristoranti, il Consiglio legislativo, la Corte suprema di Gaza, quella amministrativa e quella costituzionale. Centinaia di siti storici e archeologici sono stati rasi al suolo o danneggiati. L’Archivio centrale di Gaza City, contenente migliaia di fondamentali documenti storici risalenti a più di un secolo fa, è stato distrutto. I bombardamenti hanno lasciato senza casa centinaia di migliaia di palestinesi e polverizzato le infrastrutture essenziali per la sopravvivenza. Intere famiglie sono rimaste schiacciate sotto i resti delle loro case. In tantissimi video si vedevano i tentativi disperati di salvataggio, gente che scavava con le mani tra le macerie, tra le grida strazianti dei familiari in sottofondo.
Molti degli obiettivi da colpire sono stati generati da un sistema di intelligenza artificiale chiamato Habsora, ovvero «l’Annuncio» in ebraico, di cui l’allora capo di Stato Maggiore Aviv Kochavi si era già vantato pubblicamente nel 2021, descrivendolo come uno strumento fondamentale per «l’annientamento mirato su scala industriale». II sistema, il cui abuso a Gaza è stato denunciato da Yuval Abraham sulla piattaforma giornalistica +972, era progettato per sintetizzare dati provenienti da varie fonti — conversazioni telefoniche intercettate, segnali di cellulari, immagini aeree e satellitari, nonché agenti umani — e quali edifici venissero utilizzati dagli attivisti di Hamas.
In tutte le campagne precedenti, gli edifici venivano bombardati a un ritmo così veloce che l’intelligence militare non faceva in tempo a produrre nuove coordinate e l’aviazione esauriva gli obiettivi. II processo mediante il quale un edificio civile viene trasformato in obiettivo militare è definito «criminalizzazione». L’Annuncio è perfetto per superare questa impasse: come altri sistemi di intelligenza artificiale, mira a «criminalizzare» automaticamente le strutture civili. II comandante dell’Unità 8200, il corpo di intelligence che ha progettato il sistema, ha definito la sinergia «tra esseri umani e macchine» una forma di «super-cognizione».
Ma è raro che gli ufficiali dell’intelligence e i consulenti legali contestino i risultati dell’Annuncio o rifiutino l’approvazione legale. La divisione funzionale del lavoro tra il sistema informatico che individua un obiettivo, l’ufficiale che lo approva, quello che effettua una revisione legale, l’altro ancora che sceglie la bomba e il pilota che la sgancia disperde completamente il senso di responsabilità per l’«annientamento su scala industriale».
Quando il capo di Stato Maggiore Herzi Halevi ha presentato al Consiglio di guerra le attività dell’esercito nelle prime quarantotto ore dopo il 7 ottobre, si è vantato del fatto che l’aeronautica avesse già attaccato 1500 obiettivi «grazie a eccezionali capacità operative e di intelligence». Quando Netanyahu ha chiesto: «Perché non 5000?», Halevi ha risposto: «L’esercito non ha 5000 obiettivi autorizzati». A quel punto pare che Netanyahu abbia replicato: «Non mi interessano gli obiettivi; radete al suolo tutti gli edifici, bombardateli con qualsiasi mezzo». Cosi alcuni parametri del sistema sono stati modificati per individuare un maggior numero di obiettivi e il ritmo dei bombardamenti è aumentato. Dopo due anni di bombe e distruzione sistematica di Gaza, sostenere che il sistema faccia qualche distinzione è davvero una presa in giro. L’Annuncio ha permesso all’esercito di criminalizzare un’intera popolazione e di ridurre le città in macerie. L’uso dell’IA per la definizione degli obiettivi non è stato smascherato dai giornalisti dopo l’ottobre 2023, ma reso pubblico dal capo di Stato Maggiore Aviv Kochavi in persona nel 2021. In pratica, conferiva alla distruzione indiscriminata una parvenza di legittimità scientifica, come se l’esercito israeliano stesse facendo di tutto per rispettare la distinzione di categoria legale. La ricercatrice di Forensic Architecture Júlia Nueno Guitart ha definito il sistema «eliminazione mirata su larga scala»: bersagliare edifici specifici vagamente indicati come probabile rifugio di Hamas o altri gruppi legittimava lo sterminio di massa.
La giustificazione classica era la presenza dei tunnel. Nel gennaio 2024, l’ambasciatrice di Israele nel Regno Unito, Tzipi Hotovely, ha dichiarato che a Gaza i passaggi sotterranei erano così numerosi che «ogni scuola, ogni moschea, ogni casa celava l’imbocco di un tunnel», concludendo che quegli edifici avrebbero dovuto essere tutti rasi al suolo.
Dopo quasi due anni, si era arrivati esattamente a quel livello di distruzione. Evidentemente Israele considerava tutto il sottosuolo di Gaza un bersaglio, e la superficie, ricoperta di quartieri, città e accampamenti, un enorme scudo orizzontale che quindi era legittimo annientare.
Le bombe perforanti, sottili e micidiali, vengono sganciate da alta quota in modo da acquistare la velocità necessaria per infilarsi nel terreno come un ago sparato ad alta pressione. Possono penetrare fino a trenta metri prima di esplodere, formando enormi crateri e polverizzando ogni edificio. Cosi, la terra sotto Gaza è diventata una gigantesca fossa comune, perché i corpi non possono essere inclusi nel conteggio ufficiale delle vittime pubblicato dal ministero della Salute palestinese, che elenca solo i cadaveri ritrovati e identificati.
Spesso le bombe di profondità causano più danni strutturali agli edifici in superficie che ai tunnel, i quali, essendo cavità in un materiale solido, sono difficili da demolire. Quando una bomba colpisce direttamente un tunnel, provoca dei crolli di materiale circoscritti, che possono essere rimossi o aggirati dagli scavatori. Ma l’effetto letale di un bombardamento è una conseguenza delle esplosioni sotterranee che consumano l’ossigeno disponibile e rilasciano gas tossici. Ad alte temperature, l’anidride carbonica si trasforma in monossido di carbonio altamente nocivo. II monossido e altri gas tossici rimangono a lungo nell’aria e possono risultare mortali. L’uso di gas letali — anche se sono il sottoprodotto di un’esplosione convenzionale — è proibito dalla convenzione di Ginevra in quanto guerra chimica.
L’espulsione
Mentre i vari portavoce ripetevano che l’esercito stava operando nel rispetto delle leggi di guerra, le dichiarazioni di politici, ministri, alti ufficiali e soldati sul campo le violavano apertamente. Per loro sterminare i civili e distruggere case e istituzioni era l’intento, non «l’effetto collaterale» dei bombardamenti, o, come si dice nel mondo della tecnologia, «non era un errore ma la caratteristica».
II 13 ottobre il presidente israeliano Isaac Herzog ha pronunciato un discorso ormai tristemente famoso: «Sono tutti responsabili. La retorica secondo cui i civili non sanno niente, non sono coinvolti, è assolutamente falsa». Queste parole, ripetute in diverse varianti da decine di personalità e politici eletti di tutti i partiti, prima e dopo, avevano raggiunto il consenso nella società israeliana: la società palestinese era il bersaglio.
Lo stesso giorno Israele ha rilasciato un’altra dichiarazione. Con volantini lanciati dall’alto, post sui social media e messaggi telefonici, gli 1,1 milioni di residenti di Gaza City e dintorni hanno ricevuto l’avvertimento con cui iniziava la prima parte: «Per la sicurezza vostra e delle vostre famiglie, dovete lasciare immediatamente le vostre case e dirigervi verso le zone a sud del Wadi Gaza». Le due comunicazioni contemporanee, una che minacciava i palestinesi di annientamento totale e l’altra che dava presunte istruzioni per metterli al sicuro, hanno perpetrato la solita modalità con cui Israele camuffava le barbarie con una retorica umanitaria. I portavoce israeliani hanno poi affermato che, siccome i palestinesi erano stati avvertiti, le dichiarazioni genocidarie dei vari politici erano irrilevanti perché pronunciate «sull’onda dell’emozione». Anche alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia, gli avvocati israeliani hanno sostenuto […] che «l’IDF ha lanciato milioni di volantini sulle aree in cui erano previsti gli attacchi, con istruzioni per evacuare e su come farlo, ha trasmesso innumerevoli messaggi via radio e sui social media avvertendo i civili e ha effettuato oltre 70.000 telefonate individuali» e che questa «pratica di mitigazione del danno ai civili» dimostra «l’esatto opposto di qualsiasi possibile intento genocida».
Ma non c‘era davvero l’ombra della contraddizione. Proprio come i volantini di avvertimento lanciati su al-Lydd e Ramle nel luglio del 1948 preannunciavano i massacri e l’espulsione permanente dei palestinesi, Israele ha strumentalizzato la «pratica umanitaria» dell’avvertimento insieme alla distruzione su larga scala come mezzo di espulsione, che poi era l’obiettivo strategico della guerra. Le «marce della morte» organizzate nel 2023 erano simili a quelle partite nel 1948, venendo ripetutamente prese di mira da droni e aerei. II 13 ottobre, l’unità di Forensic Architecture di Al-Haq ha documentato un attacco a un convoglio di veicoli civili lungo la principale arteria di Gaza, la Salah al-Din Road, dove Israele ha ucciso settanta palestinesi. Due settimane dopo, il 3 novembre 2023, un video girato da un palestinese in fuga verso sud ha ripreso decine di cadaveri lungo l’altro «percorso sicuro», la strada costiera di al-Rashid.
I palestinesi che si rifiutavano di lasciare l’area a nord del Wadi Gaza, continuava il testo del volantino, potevano essere «identificati come complici di un’organizzazione terroristica» e uccisi. Un ufficiale sul campo ha confermato questa pratica: una volta che ai civili era stato ordinato di andarsene, l’area veniva considerata un bersaglio perché «non esistono civili che non siano coinvolti… Se vedete qualcuno, sparate».
L’ordine di evacuazione ha quindi trasformato i civili in un bersaglio legittimo, mettendo in pratica le parole del presidente Herzog nel suo discorso del 13 ottobre.
Si calcola che 400.000 persone su un milione e 100.000 che vivevano a nord del Wadi Gaza abbiano rifiutato gli ordini e non si siano spostate a sud del wadi: qualcuno non era in grado di farlo o aveva parenti che non potevano muoversi, altri non intendevano allontanarsi dai propri cari sepolti sotto le macerie, certi sono rimasti per attaccamento alla propria casa, o perché rifiutavano l’idea di un ennesimo sfollamento, oppure diffidavano degli ordini militari, consapevoli che, appena se ne fossero andati, Israele avrebbe occupato la parte nord della Striscia di Gaza in modo permanente. Lo stesso giorno in cui è stato emesso l’ordine di espulsione, il 13 ottobre, Israel Katz, allora ministro degli Affari esteri, ha avvertito che l’esercito non avrebbe fornito «nemmeno un goccio d’acqua e un minuto di elettricità a chi non avesse seguìto gli ordini di evacuazione», e che avrebbe continuato a farlo «finché non avessero lasciato questo mondo». Júlia di Forensic Architecture ha documentato gli attacchi a diciassette panetterie e la distruzione di vari magazzini di farina a Gaza City e dintorni. Gli attacchi alle panetterie avvenivano quasi sempre di giorno, quando si formavano le code, mentre quelli alle abitazioni si verificavano principalmente di notte, quando tutti erano in casa a dormire. A metà novembre, non c’era nemmeno una panetteria in funzione a Gaza City.
Le persone rimaste nel Nord vivevano tra le macerie, o in edifici pubblici usati come rifugi, mangiando quello che trovavano, scarti, giunchi e foraggio per animali.
II 13 ottobre 2023, è stato reso pubblico un documento preparato dal ministero dell’intelligence israeliano, un piccolo ministero incaricato di sviluppare azioni strategiche. II testo raccomandava innanzitutto di espellere tutti i palestinesi dalla Striscia di Gaza verso il Sinai egiziano, strategia che avrebbe «prodotto duraturi risultati positivi per Israele», consigliando di impiegare attacchi aerei e invasioni di terra per spingere la popolazione civile da nord a Sud. «È importante lasciare aperte le vie di comunicazione per il Sud per consentire l’evacuazione dei civili verso Rafah». Una volta concentrati a Rafah, il documento suggeriva — a ulteriore conferma che quello era il principale obiettivo strategico israeliano fin dal 1948, e perfettamente in linea con quanto stava già accadendo sul campo — che un’ulteriore spinta li avrebbe portati oltre la frontiera con l’Egitto, dove sarebbero stati inizialmente ospitati in «tendopoli» e in seguito in «città apposite nel Sinai settentrionale», lontano dal confine, dove il loro trasferimento sarebbe diventato definitivo. Con la consueta tattica propagandistica, il testo raccomandava poi di lanciare una «campagna pubblica» in Europa e negli Stati Uniti per presentare il trasferimento «come una necessità umanitaria» intrapresa «a beneficio degli abitanti della Striscia di Gaza».
Tra tutte le dichiarazioni genocidarie pronunciate dai politici israeliani all’indomani del 7 ottobre 2023, una spiccava in modo particolare. II 28 ottobre, tre settimane dopo l’attacco, Benjamin Netanyahu ha citato un passo di un versetto biblico: «Ricordatevi di quello che vi ha fatto Amalec». Politici, giornalisti e militari avevano già fatto molti riferimenti ad Amalec nel corso del tempo. II messaggio era di facile interpretazione: il dovere di «ricordare» gli attacchi degli amaleciti contro gli israeliti dopo l’esodo dall’Egitto era un invito all’annientamento. «La memoria di Amalec va cancellata». L’ordine biblico era di «non risparmiarlo, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini» (1Sam 15,3). Fin dai primi giorni dell’assalto israeliano a Gaza, il versetto è stato usato per taggare i post sui social e, in seguito, quando è iniziata l’invasione, i video dei soldati israeliani che commettevano atrocità di ogni genere. È comparso sotto forma di graffiti sulle case palestinesi distrutte, è stato cantato dalle truppe che si preparavano ai raid e pian piano è diventato il grido di battaglia dell’intera campagna. II personale militare e i rappresentanti del governo non hanno smesso di usarlo nemmeno quando il team sudafricano alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia l’ha incluso nella documentazione come prova dell’intento di Israele di commettere un genocidio.
I riferimenti ad Amalec hanno avuto un ruolo primario nella storia del colonialismo di insediamento. Per esempio, fu invocato dai coloni europei per giustificare lo sterminio delle popolazioni indigene nelle Americhe. In Sudafrica, molti tra chi parlava tedesco e afrikaans invocavano quei versetti per giustificare il massacro delle popolazioni indigene. II primo ministro israeliano David Ben-Gurion descrisse i profughi palestinesi a Gaza come «ospiti di Amalec», e nei decenni successivi molte delle efferatezze israeliane contro i palestinesi furono perpetrate nel nome di questo principio. Le prove storiche e archeologiche sugli amaleciti sono davvero scarse, perché la loro lingua e la loro cultura sono andate perdute nel tempo e la loro esistenza fu documentata solo dai nemici. La Bibbia li descrive come un gruppo di tribù seminomadi che abitavano in alcune zone del Sinai settentrionale. Il loro territorio iniziava a sud del Wadi Gaza e corrispondeva grossomodo a quello dell’attuale confederazione tribale di al-Tarabin. Quando Salman Abu Sitta mi ha detto che secondo lui i primi abitanti di al-Ma’in erano amaleciti, ho interpretato le sue parole come una sorta di sfida.
Dopo il 7 ottobre 2023, gli appelli all’espulsione di massa dei palestinesi verso l’Egitto sono stati ripetuti di continuo nei media, nella società e nel governo israeliani. I funzionari israeliani, e alcuni statunitensi, hanno iniziato a fare pressioni sull’Egitto perché accettasse un numero importante di gazawi, mentre i ministri israeliani di estrema destra sostenevano la necessità di svuotare del tutto Gaza per offrirla ai coloni ebrei e Netanyahu confermava di essere attivamente impegnato nel «trasferimento» dei palestinesi fuori dalla Striscia. Questo era l’obiettivo strategico di Israele, ma, nonostante i massacri, la fame e la devastazione che ha seminato nei due anni successivi, non lo ha raggiunto, in primo luogo perché, nonostante tutti gli sforzi per espellerli, i palestinesi sopravvissuti sono rimasti a Gaza City. In più, dall’ottobre 2023, e in linea con una politica decennale, il presidente egiziano al-Sisi si è rifiutato di far entrare i palestinesi in massa, non certo perché avesse a cuore la causa palestinese. «Trasferire i rifugiati dalla Striscia di Gaza al Sinai equivarrebbe semplicemente a spostare la resistenza […] e a concedere a Israele il diritto di difendere sé stesso e la propria sicurezza nazionale attaccando il territorio egiziano per rappresaglia». Nel giro di poche settimane dall’ordine di espulsione, un milione e mezzo di palestinesi sono stati costretti a trasferirsi nei campi profughi a Rafah, affollati al confine con l’Egitto. Dopo l’attacco del 7 ottobre, Israele ha cercato di sfruttare il sostegno straordinario ricevuto dalla maggior parte dei governi europei e dagli Stati Uniti per modificare in modo permanente la realtà demografica sul campo e portare a compimento l’espulsione dei palestinesi. […]
Zone
L’architettura nasce tracciando una linea, e la prima linea nell’architettura del genocidio è stata tracciata sulla carta geografica inclusa nell’ordine di espulsione del 13 ottobre. La linea era il percorso del Wadi Gaza […], l’unico elemento geografico tracciato su una mappa topografica di Gaza; non c’erano altri indicatori di posizione, né strade, né città, né centri abitati. Sopra la linea del Wadi erano tracciate due frecce che puntavano a sud. II Wadi divideva quindi Gaza in due tipi di zone; l’area a nord, inclusa Gaza City, cioè il centro politico, commerciale e culturale della Striscia, era quella da cui gli abitanti andavano espulsi, e chiunque osava rimanere sarebbe stato ucciso. A sud del Wadi invece la zona dove andavano relegati. Farò riferimento a queste due tipologie come «zone proibite» e «aree di concentramento».
La linea del Wadi era storicamente intesa come la soglia del deserto e il confine della Palestina: a sud della linea era indicata l’area di concentramento. Una sezione di questa parte, definita «zona umanitaria», si trovava su una grande duna costiera chiamata al-Mawasi. II contrasto tra Gaza City, con le sue università, i viali ampi, i mercati, i centri commerciali, i grandi ospedali, e le dune di al-Mawasi non poteva essere più netto. L’area non disponeva di infrastrutture vitali, né di rifugi adeguati, o di strutture mediche per far fronte alle centinaia di migliaia di profughi provenienti dal Nord urbano. Da sempre inabitabile, era una zona particolarmente vulnerabile a colpi d’arma da fuoco, bombe, attacchi via terra, raid aerei, con missili e droni. Ma chiudendo i palestinesi nell’area di concentramento, Israele li ha costretti a una morte lenta, atroce. II sovraffollamento, insieme alla mancanza di igiene, cibo, acqua e infrastrutture mediche, ha accelerato la diffusione di malattie. Oltre il 40 per cento dei pazienti in dialisi è morto per l’assenza di cure adeguate, perché le infrastrutture sanitarie erano state distrutte completamente. Definire questa zona «sicura» o «umanitaria» era solo un espediente retorico. Nel corso della storia, le potenze coloniali hanno sempre utilizzato eufemismi che suggerivano una forma di tutela, come «protettorati» e «riserve», per allontanare le popolazioni indigene dalle loro terre più produttive e concentrarle altrove.
Separando le aree «proibite» da quelle di «concentramento», la linea del Wadi Gaza è diventata così il primo elemento dell’architettura genocida di Israele. Nei mesi successivi, quando l’esercito si è reso conto che il suo piano di svuotare completamente Gaza City era fallito e ha avviato l’invasione delle aree di concentramento di Khan Younis e Rafah, la separazione tra nord e sud si è sfocata, spostando e moltiplicando il confine tra le varie zone. Le aree proibite e quelle di concentramento emergevano in luoghi e momenti diversi e la stessa area o quartiere poteva passare da una categoria all’altra, spesso all’insaputa degli abitanti, tanto che in momenti diversi il 90 per cento del territorio di Gaza è diventato proibito. I confini tra le zone venivano segnati con terrapieni di macerie, ma il più delle volte la divisione era invisibile. «Nessuno indica ai palestinesi qual è la linea rossa che non possono superare» avrebbe detto un soldato. «Lo scoprono a proprie spese».
(brani tratti da Eyal Weizman, Ungrounding. Architettura del genocidio, Rizzoli, Milano 2026)
