“La gioventù era meglio adesso”
Milano 17102026Auto dei Carabinieri Distrutta Scontri in Duomo e Corso Vittorio Emanuele Corteo Italia In Piazza foto Ansa Paolo Salmoirago
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“La gioventù era meglio adesso”
Quando la rivolta sociale si estende e si approfondisce, ciò che desta sorpresa non è più il suo manifestarsi, ma il fatto che fino a poco prima al suo posto ci fosse la pace sociale. Che a parlare siano dei ragazzi delle periferie, dei camionisti, degli agricoltori o degli insegnanti, le ragioni per cui è necessario lottare sembrano all’improvviso evidenti, persino banali: salari sempre più bassi, costo della vita e del carburante insostenibile, affitti da strozzinaggio, quartieri-ghetto, razzismo di Stato, precarietà senza scampo. Ma c’è di più, e dell’altro.
I ragazzi e le ragazze che hanno dato fuoco alle polveri si stanno affacciando all’adolescenza o all’età adulta mentre si compie un genocidio in diretta social, mentre gli sconvolgimenti climatici annunciano scenari catastrofici, mentre si preparano piani di guerra e di reclutamento militare, e mentre giungono notiziole come la possibile distruzione dell’umanità da parte dell’Intelligenza Artificiale nell’arco di un decennio. Quando il futuro presentato come inevitabile assomiglia sempre di più a una sequenza di abissi, le ragioni per rivoltarsi si fanno semplicemente assolute.
Ogni paragone con il Sessantotto è fuorviante, eccezione fatta per due aspetti. L’unione, all’epoca, tra gli abitanti delle colonie interne degli USA e i giovani bianchi che scoprivano, attraverso i massacri in Vietnam, il vero volto dell’Amerika; e la rottura, in Francia, del “fronte popolare” sulla questione algerina, di cui il Maggio ha rappresentato il passaggio dalla diserzione alla sedizione. Il contesto storico oggi è completamente diverso, e di conseguenza molto diversa la composizione sociale della gioventù rivoltosa. Un capitalismo occidentale in espansione aveva ampi margini di recupero sia della componente studentesca sia di quella operaia – per la cui integrazione poteva ridistribuire una parte della ricchezza saccheggiata nel resto del mondo. Oggi l’Occidente, la cui espansione militar-economica è frenata da concorrenti armati di tutto punto e la cui “bianchezza” è sempre più in declino demografico, è spinto verso guerre simmetriche (fronte esterno) senza poter offrire granché ai propri cittadini-sudditi, se non la minaccia di tenerli al passo e alla cinghia (fronte interno). Dispone ancora di un’ampia panoplia di bastoni (tecnologici e repressivi), ma di ben poche carote.
E in tutto questo, Gaza. Che non è solo genocidio pianificato, industriale, algoritmico per conto dell’intero ordine imperiale. È anche la più indomita delle resistenze, simbolo universale di riscatto per tutti gli oppressi. I giovani e giovanissimi che hanno aperto le danze in Francia – e poi in Spagna, in Belgio, in Portogallo, in Albania, fino a Milano – sono i palestinizzati e i palestinizzabili d’Europa. Il linguaggio stesso con cui l’apparato costruisce il nemico interno ci dice in che epoca siamo entrati: “maranza”, “anarchici”, “pro-pal”, “terroristi”, a cui addossare grottescamente il ruolo di pedine della… guerra ibrida russa o iraniana. Contro questi novelli “indesiderabili” il potere schiera i militari, decreta il coprifuoco, esegue arresti di massa e fermi preventivi, annuncia nuove carceri e stabilisce pene draconiane per ogni atto di insubordinazione (fosse pure lanciare qualche petardo o muoversi in corteo senza autorizzazione…).
Così come gli oppressi citano all’ordine del giorno le proprie rivolte passate, anche gli apparati di dominio attingono le proprie misure da una sorta di inconscio storico. Le due dimensioni a volte si intrecciano in un rapido volgere di giornate.
Il 5 ottobre 1961, il prefetto di Parigi Maurice Papon, prima deportatore di ebrei sotto Vichy e poi torturatore di algerini per la Repubblica gollista, instaurava un coprifuoco per i “Francesi musulmani d’Algeria”. L’ordinanza era così formulata: “Si consiglia con la massima insistenza ai lavoratori algerini di astenersi dal circolare di notte per le strade di Parigi e della sua banlieue, e soprattutto tra le 20,30 e le 5,30 del mattino”. Come noto, il 17 ottobre oltre ventimila algerini rompevano il coprifuoco su invito dell’FLN. Quasi la metà fu arrestata e internata in palazzetti dello sport, parchi pubblici, stadi e centri di identificazione. A decine vennero assassinati e gettati nella Senna.
Il 17 ottobre di sessantaquattro anni dopo, i loro nipoti – questa volta con un’ampia parte di popolo al loro fianco – hanno bloccato, incendiato, respinto le cariche della polizia, nonché allungato le mani su quelle merci che dovrebbero solo contemplare. Come riavvolgendo un nastro, il potere macronista ha decretato il coprifuoco in diverse città di Francia. Prima coloniale, poi “sanitario”, ora il coprifuoco vuole confinare la gioventù selvaggia. Troppo tardi.
Ormai il 17 ottobre è un “mito” – nel senso soreliano di “immagine in blocco della guerra sociale” e di “avvenire immaginato”. Un mito capace di smuovere anche i fratelli e le sorelle di altri Paesi, portando la rabbia di chi non conta anche nel salotto buono di una Milano da cui l’intreccio affarismo-turismo-polizia ha fatto di tutto per tenerla al bando. Apriti cielo! La borghesia, così muta di fronte allo sterminio dei palestinesi, è diventata un fiume in piena di parole contro la “violenza” dei “maranza”; parole subito accompagnate dagli anfibi e dai blindati di 500 paracadutisti della Fòlgore. Come i teddy boys di Genova 1960 o i giovani proletari di Piazza Statuto, ancora una volta il biglietto da visita della rivolta è l’irruzione della teppa. Ma questa volta non ci sono le lontane colonie da depredare per comprare la pace sociale. Un pezzo delle colonie oggi è qui. E comincia ad aggirarsi come un fantasma che terrorizza un ordine suprematista e transumanista marcio fino al midollo.
È come se il moto morale contro il genocidio dell’autunno scorso tornasse aggravato dalla crisi della valorizzazione capitalistica, dal razzismo contro i poveri e dai primi contraccolpi interni della guerra esterna. Mai come oggi le ragioni etiche e quelle materiali sembrano congiurare contro la rassegnazione.
Per questo il governo picchia duro. Con il nuovo decreto-repressione del 20 ottobre, si possono comminare fino a cinque anni di carcere per chi partecipa con bastoni, razzi o petardi alle manifestazioni in gruppi di cinque o più persone (gli anni possono diventare 7 e mezzo in caso di travisamento del volto, 10 e mezzo se i lanci di razzi o petardi avvengono all’interno o contro un folto elenco di edifici e spazi pubblici).
Oltre che sempre utili, questi vecchi consigli agli insorti sembrano fatti su misura:
Regola principale: non agire in massa. Conducete un’azione in tre o in quattro al massimo. Il numero dei piccoli gruppi deve essere quanto più grande possibile e ciascuno di loro deve imparare ad attaccare e scomparire velocemente. La polizia cerca di schiacciare una folla di un migliaio di persone con un solo gruppo di cento cosacchi. È più facile battere un centinaio di uomini che uno solo, specialmente se questi colpisce di sorpresa e scompare misteriosamente. La polizia e l’esercito saranno senza potere se Mosca è coperta di questi piccoli distaccamenti inafferrabili. […] Non occupare roccaforti. Le truppe saranno sempre in grado di prenderle o semplicemente di distruggerle grazie alla loro artiglieria. Le nostre fortezze saranno i cortili interni od ogni luogo da cui è agevole colpire e facile partire. Se dovessero prendere questi luoghi, non vi troverebbero nessuno e avrebbero perso numerosi uomini. È impossibile per loro prenderli tutti poiché dovrebbero, per questo, riempire ogni casa di cosacchi.
Avviso agli insorti, Mosca, 11 dicembre 1905
